Mercoledì, 14 Giugno 2017 18:22

Quel gran pezzo di Alvaro Vitali ci spiega l’Otello

Luigi Furno Scritto da 

La tragedia shakespeariana trasformata in una tragedia sexy all’italiana

In principio fu nel ’72 e fu “Quel gran pezzo dell'Ubalda tutta bella e tutta calda”, un film di Mariano Laurenti con Pippo Franco e Edwige Fenech. Era uno di quei film erotici che andavano tanto di moda negli anni settanta, una tendenza tarata sulla sottaciuta prurigine dell‘italiano e coperta da uno spesso strato di bacchettagine. È stato uno dei titoli più celebri della "Commedia erotica all'italiana" (sicuramente il più celebre dei "decamerotici", un genere nato dopo la realizzazione di "Il Decameron" di Pier Paolo Pasolini, del quale questo film fa sicuramente la parodia), e senz'altro il "trampolino di lancio" della bella Edwige Fenech.

Presentato per il visto censura, il film ottenne il "nulla osta" alla proiezione con il divieto ai minori di 18 anni con la motivazione che il film "...contiene numerosissime scene scabrose con risvolti triviali, scene erotiche e nudi femminili oltre a numerose battute triviali non compatibili con la sensibilità di detti minori".

Epica la scena a rallentatore, accompagnata da una dolce melodia, in cui Olimpio (Pippo Franco), in sogno, insegue l'irraggiungibile Ubalda (Edwige Fenech): lo spettatore rimane incantato nel vedere la Fenech in tutta la sua bellezza, con le tette al vento, e con addosso solo la cintura di castità.

In principio fu “Quel gran pezzo dell'Ubalda tutta bella e tutta calda”, dicevamo, è nessuno, né all’epoca né adesso, penserebbe a Shakespeare nel rivederlo. Eppure, se la smettessimo di guardare le “storie” con l’indoratura della presunta “cultura alta”, ci accorgeremmo che le “trame” di molte “tragedie”, ritenute intoccabili, a conti fatti, lavorando sulla macchinazione della tessitura, sono ben poco nobili, pure e caste.

Il regista Luciano Saltarelli nel suo spettacolo “Quel gran pezzo della Desdemona” (titolo che fa chiaramente il vezzo a “Quel gran pezzo dell’Ubalda), andato in scena, in prima nazionale, lunedì 12 e 13 al Teatro Bellini nell’ambito della decima edizione del Napoli Teatro Festival Italia, diretto da Ruggero Cappuccio, si prende il rischio di compiere una operazione chirurgica sul corpo vivo dell’Otello shakespeariano. Ne devasta il corpo museificato e dalla viscere smembrate ne esce fuori l’orrido. L’orrido più orrido per un mondo impomatato di vecchi parrucconi dai sapori raffinati. Rovistando senza riverenza in queste carni sventrate ne esce fuori, dal corpo della trama dilaniata di “Otello”, il Pierino di Alvaro Vitali e l’Er Monezza di Tomás Milián. Dietro la tragedia c’è il trash di una tragedia sexy all’italiana. Sotto la nobiltà drammaturgica shakespeariana si nasconde il triviale e, rimando nel triviale, sotto la calzamaglia dell’attore elisabettiano c’è una costante che freme nella “conchiglia” e questa costanza è la “mazza avanza”. Questo fremore tra le gambe, senza troppi infingimenti, è il motore immobile che da sempre fa girare il mondo e la sua epica narrazione.

“Quel gran pezzo della Desdemona” è un testo ispirato all’Otello di Shakespeare, quindi. La vicenda è ambientata nella Milano degli anni ’70 del secolo scorso ed è narrata con il lessico, spesso infantile e sgrammaticato, della commedia sexy di quell’epoca. La trama shakespeariana, così tragica, articolata e ineluttabile, è tessuta da maschere gaudenti, superficiali e sessuomani. Sullo sfondo la Milano infiammata da lotte di classe e atti terroristici, dove la nebbia si confonde col fumo d’un ordigno esploso; la Milano brulicante di esistenze brillanti o cupe, in corsa frenetica con la vita; la Milano che negli anni accoglie con generosità fiumi di meridionali in cerca di fortuna. In questa cornice storica e sociale, Desdemona s’incarna nell’avvenente ed emancipata figlia di Brambilla, proprietario della fabbrica di manichini dove lavora Moro, un emigrato dal profondo sud, valentissimo operaio che ha perso la voce per salvare la fabbrica da un incendio. Il contesto sociale fa da cornice al conflitto teatrale, scaturito dalla conquista di una posizione per merito, privilegio o cieco arrivismo. In questo panorama, Desdemona è la classica giovane ragazza di buona famiglia, appena diplomata in un collegio svizzero. È bella e sensuale, un po’ ingenua ed è l’amatissima figlia unica del Commendator Brambilla. Desdemona si innamora di Moro e attorno ai due amanti si muovono gli altri artefici degli eventi: Jago, l’infido compaesano di Moro, prima collega e poi sottoposto, artefice per bramosia di potere della subdola macchinazione; Emilia, lugubre moglie di Jago e inconsapevole complice degli inganni del marito; Cassiolo, sciocco operaio di infimo ordine e pedina essenziale nelle mani di Jago.

Il testo riscritto da Saltarelli si ispira, oltre che al capolavoro shakespeariano, alla novella di Cinzio, letterato e poeta del ‘500: “Nella novella – spiega l’autore e regista – il capitano Moro e Desdemona sono i protagonisti della storia, accanto a loro un alfiere infingardo e un luogotenente. Sarà Shakespeare a regalare un nome a Otello, a Jago e a Cassio e a rielaborare in modo deciso la novella originale. È questo il motivo per cui ho ritenuto lecito riferirmi alla nomenclatura di Cinzio riguardo ai due amanti e di concedermi qualche libertà sulla scelta dei nomi degli altri personaggi, deformandoli per necessità e ruoli che si modificano nel passaggio agli anni ’70”.

Nell’allestimento gli umidi canali di Venezia divengono le incandescenti filiere delle catene di montaggio, mentre le strade di Cipro si trasformano in un reticolato di viali, piazze, sottopassaggi, sale di cinematografo, case e negozi della Milano fra la fine del boom economico e gli anni di piombo.

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