Da qualche giorno le strade sono tornate protagoniste delle nostre vite e, con esse, le automobili sfreccianti. Purtroppo, come insegnano i road movie, la velocità sembra monopolizzare l’idea stessa della strada e dei collegamenti nella società moderna. Proviamo a proporne una lettura diversa eppure altrettanto moderna e cinematografica attraverso un road movie atipico firmato da David Lynch

Pigrizia, fiacchezza, indolenza, svogliatezza, persino apatia. Non sono solo sintomi del lockdown, ma anche inopportuni sinonimi della lentezza, tiri mancini del vocabolario che puntano il dito sulla nostra difficoltà a gestirla, la lentezza. Una parola così comoda, confortevole, accogliente eppure spesso disprezzata, di terribile impaccio nella società della consumazione precoce, in imbarazzante contrasto con il fiume frenetico di doveri, imperativi economici e sollazzi che riempiono l’esistenza. Aggiungiamo una condizione di immobilismo pandemico e si rischia di rasentare la catastrofe. Soli con noi stessi. E con Skype. E con Facebook. E con Whatsapp. E con Youtube. E con tutte quelle app che rimandano il confronto vero. La lentezza spaventa perché non siamo abituati a gestire il tempo, a farne tesoro, a separare i periodi dalle virgole. Agiamo per flusso di coscienza, e il più delle volte non proprio alla Joyce, o alla Foster Wallace. Ma un viaggio nella lentezza e uno sguardo senza tempo alla stelle possono ancora salvarci la vita. Ce lo insegna la realtà irreale ma autentica del cinema.

In questo caso ce lo insegna il cinema di David Lynch, che alle soglie del Duemila firmò il suo film meno lynchiano raccontando la vera storia dell’anziano agricoltore Alvin Straight, ritratto di quelle gloriose e tenaci generazioni di una volta, le cui braccia erano volentieri rubate dall’agricoltura. Protagonista di “The Straight Story”, Alvin è un settantatrenne in precarie condizioni fisiche disposto ad attraversare 386 miglia in autostrada su un tosaerba per ricongiungersi con il fratello, Lyle, appena colpito da un infarto. I due non si parlano da talmente tanti anni che anche il motivo della loro discordia è andato dimenticato. La natura offre la strada della riconciliazione e l’unica possibilità di redenzione. E’ lo stesso Alvin a ribadire di non aver mai avuto bisogno di un passaggio in macchina, ma solo di riparare il suo tosaerba.

Raccontare la genuina semplicità appare il progetto più ambizioso possibile, di questi tempi. Niente effetti speciali, spettacolari acrobazie stradali o personaggi eccessivamente sopra le righe per tentare di mantenere viva l’attenzione a tutti i costi. “The Straight Story” è un road movie atipico con un ritmo visivo e sonoro per nulla serrato, senza escamotage emozionali o rocamboleschi twist: fattori ritenuti fuori luogo, utili solo ad ingannare il tempo, non a comprenderlo. Le tappe esistenziali, proprie del genere, seguono un percorso alternativo e inconsueto, come il tosaerba di Alvin. Il lentissimo mezzo agricolo del protagonista viene affiancato continuamente da camion e automobili sfreccianti (il professor “Bellavista” del cinema più nostrano avrebbe sicuramente chiesto il motivo di tanta immotivata fretta). Sotto lo sguardo del vecchio agricoltore, la stessa fretta porta una donna a investire un cervo, animale simbolo della rigenerazione vitale, al quale darà la colpa di essere sbucato all’improvviso. La vita ha spesso questo vizio di sbucare all’improvviso, di affermare se stessa in barba ai programmi esistenziali e alle pianificazioni aziendali.

In un mondo che corre troppo c’è un disperato bisogno di insegnare la semplicità, di restare immobili con intelligenza, di studiare, migliorare, capire le nostre origini. E questo capovolgimento valoriale avviene significativamente anche nella realtà extrascenica della pellicola, con la scelta come protagonista di un attore che aveva iniziato la sua carriera come stuntman, Richard Farnsworth. Ma niente più macchine per lui, e nessun deus ex machina, solo vita che scorre nel suo placido ritmo campestre, dove ci si può accontentare di dormire sotto una tettoia condividendo un pasto caldo intorno al fuoco con una sconosciuta. Piccolezze che ci aiutano a scavare nei terreni sempre fertili delle paure e del confronto, per trarne i frutti dolceamari della consapevolezza. L’unica condizione per questo raccolto sta nel saper scendere a un patto necessario col tempo. Perché non c’è colpa o condanna nel predicare lentezza, nonostante i suoi sinonimi dicano il contrario.

Claudio Russo

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