«Mascherine, plexiglas e distanziamento sociale sono scelte registiche»: lo spiega l’attrice Anna Carla Broegg, stigmatizzando l’impatto demenziale delle misure anticovid in ambito culturale: «è il colpo di grazia a un mondo del teatro e della cultura già agonizzante senza tutele e sostegno». Broegg ci parla di “Progetto Nichel” (diretto dal regista partenopeo Pino Carbone), collettivo artistico che ha proposto una surreale coppia di Romeo e Giulietta ossessionata dal controllo della temperatura corporea e dalla prevenzione anticovid. «Il corpo teatralizzato può salvarci dalla deriva psicotica del corpo medicalizzato, che percepisce i limiti come un problema da risolvere, trasformando tutti in pazienti. E’ per questo che dai microcosmi teatrali la società può e dovrebbe imparare tanto»

Vivere il precariato delle proprie passioni anziché subirlo quotidianamente attraverso lavori frustranti, che rubano tempo e appiattiscono le singolarità. Seguire la propria passione a discapito del finto benessere propinato alle generazioni moderne.  Seconda l’attrice e giornalista Anna Carla Broegg investire su se stessi è l’unica strada da intraprendere, considerando che l’alternativa è comunque un lavoro precario e spesso per nulla tutelato. Tra l’altro era opinione di Eduardo che «per fare buon teatro bisogna rendere la vita difficile all’attore», e se aveva ragione dovremmo forse aspettarci la migliore stagione teatrale mai vista dagli albori dell’umanità.

In tempi non sospetti, lontani dai colpi mortali inferti dal Covid al mondo dello spettacolo, Dario Fo notava che «oggi gli attori e le compagnie hanno difficoltà a trovare piazze teatri e pubblico, a causa della crisi». Per cui i governanti, aggiungeva, «non hanno più problemi di controllo verso chi si esprime con ironia e sarcasmo, in quanto gli attori non hanno spazi né platee a cui rivolgersi: al contrario, durante il Rinascimento in Italia chi gestiva il potere doveva darsi un gran da fare per tenere a bada i commedianti che godevano di pubblico in quantità». La censura di fatto praticata dai governi è avvenuta indirizzando la cultura di massa in una direzione “leggera” e soprattutto edonista, in cui gli artisti e gli intellettuali parlano al grande pubblico solo in quanto “personaggi” mediatico.

Ma se da un lato il teatro ha perso negli anni pubblico, finanziamenti e possibilità di diffusione, dall’altro continua a vivere in produzioni indipendenti come “Progetto Nichel” che rappresentano, come spiega Anna Carla Broegg, una forma di resilienza tesa, a mettere in discussione le premesse fisiche e cognitive dell’intero sistema socio-economico, vera piaga del nostro tempo. Nel periodo di lock-down, “Progetto Nichel” non si è fermato e ha colto l’occassione per sottolineare i problemai delle compagnie teatrali libere e indipendenti. In una tournèè immaginaria, ha lanciato un grido di protesta contro le gerarchie relazionali/clientelari a cui deve sottostare il teatro. Ancora, nell’imporre delle misure di distanziamento sociale, il governo si è imposto, di fatto, come vero regista del corto “Misure per lo Spettacolo. Come spiega meglio Anna Carla Broegg «il recitare con una mascherina oppure con un distanziamento obbligato di un metro e mezzo» signfica sottostare a scelte registiche imposte dall’alto, peraltro inefficaci e inutili nell’arginare la crisi del comparto.

Considerazioni intriganti e suscettibili di profonda applicazione allo scenario geopolitico globale e locale. D’altronde nella società dello spettacolo tutto è palcoscenico e l’impatto sugli spettatori da casa della “regia della pandemia” è sicuramente analizzabile con gli strumenti e le categorie del teatro. «Dai microcosmi teatrali – conclude non a caso Broegg – la società può e dovrebbe imparare tanto».

Vittorio Palmieri

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