PER UN’ECOLOGIA DEL PAESAGGIO VERTICALE URBANO
La riflessione del librario Alessio Masone sul Terminal come “prateria urbana” da salvaguardare dai propositi di ulteriori cementificazioni

C’è poesia in città a vedere uno spazio ampio poco antropizzato, a confine con il disadorno, figlio del provvisorio che resta luogo ancestrale finché ha per tetto solo le stelle. Il Terminal Bus di Benevento, in questa immagine che poggia lo sguardo sulle colline, sembra parte di un film “on the road” caratterizzato dagli ampi spazi della provincia americana dell’ovest. Sì, nelle metropoli, i vuoti urbani con vista sul territorio e sull’orizzonte sono un bene comune raro.

Conosciamo tutti l’appagamento a cospetto dell’immensità del mare: altrettanto appagante, senza esserne consapevoli, è la visione del cielo, e del cosmo infinito. Si pensi ai benefici involontari di cui si fruisce quando si lavora o si mangia all’aperto oppure quando, nel paesaggio agrario extraurbano, ci si sposta a piedi o in bici, ma anche in moto o in auto, avendo la vista su un orizzonte stagliato da colli e monti. Forse quando l’uomo ha iniziato a costruire tetti, ha iniziato a perdere contatto con la volta celeste, smarrendo l’attitudine al godimento del paesaggio verticale. L’assenza di praterie, anche di catrame, nelle aree metropolitane, è un motivo ulteriore per spostarsi dalle proprie città, verso mete naturalistiche, alla ricerca di paesaggi verticali dove lo sguardo si perde nell’orizzonte invece di impattare sugli edifici. Ma l’ecologia della mente gioverebbe di una fruizione continua del paesaggio verticale, quello quotidiano sotto casa e libero da tetti, piuttosto che dalla fruizione episodica e “macchinosa” di un luogo naturalistico lontano, preso in prestito come l’amore di una prostituta.

Luoghi come il Terminal sono praterie urbane anche perché, nel loro essere state poco definite dall’intervento urbanistico, nel loro utilizzo sono lasciate all’interpretazione di chi le vive. Le praterie in natura consistono in spazi a cielo aperto che, per ogni fascia oraria, sono popolati da varie tipologie di esseri che si danno il cambio. Allo stesso modo il Terminal, di domenica, mattina e pomeriggio, è vissuto in sicurezza dalle famiglie in bici e per jogging: il tutto accolto dalla vegetazione del “Bosco diffuso del Terminal” che, nel raggio di cento metri, vanta più di 160 alberi e oltre 330 arbusti. Come a recuperare il genius loci di quando era il Campo sportivo del Collegio de la Salle. Nel ciclico alternarsi di funzioni, poi il Terminal, nei giorni feriali, di mattina è utilizzato dai pullman, ma di sera le auto, dando il cambio, ne fruiscono anche loro come parcheggio a cielo aperto: una fortuna al centro della città che le metropoli solitamente non possono permettersi.

Ma, in certi orari, come nella foto qui scattata alle 6.30 del mattino, arrivano i pullman di linea nazionale: di ritorno dall metropoli, qui sbarcano giovani che consentono l’opportunità ai propri familiari, che stanno aspettando in auto, di sentirsi per alcuni minuti come in camper, più a contatto con gli elementi naturali e l’immensità della notte celeste. Altri soggetti che popolano l’ultima prateria urbana sono gli automezzi della raccolta cartoni: qui, in un angolo, al tramonto, senza causare fastidio, si incontrano per trasferire nel camion principale tutti i cartoni raccolti. Non saprebbero altrimenti dove organizzarsi: anche questa è ecologia. Ma spazi come il Terminal e piazza Risorgimento, allo stato attuale, rappresentano anche il naturale sfogo per la mobilità veicolare in caso di catastrofe naturale. Ricordo sempre come piazza Risorgimento ci accolse la notte del terremoto del 1980, consentendoci di dormire nelle nostre auto, ancestralmente a cielo aperto: involontariamente godemmo di una primordiale esperienza da campeggiatori. Quindi esiste un sottovalutato benessere nel parcheggiare, un’ecologia mentale del posto auto a cielo aperto che coincide con un’esperienza di natura in perpendicolare, di paesaggio verticale: tutto ciò viene soddisfatto quando non ci sono barriere di cemento che si frappongono tra noi e la conyemplazione dell’universo.

Avete mai chiesto a un automobilista se preferisce parcheggiare all’aperto davanti a un centro commerciale extraurbano o al chiuso di un labirinto di cemento multipiano dove si entra e si esce con la burocrazia dello scontrino? Avete chiesto a una donna quanto timore la trattiene dal parcheggiare in un alienante parcheggio multipiano? Avete considerato che i parcheggi multipiano necessitano di un costo elevato di realizzazione e manutenzione? Anche questi costi monetari necessariamente sarebbero a carico degli automobilisti e della collettività. Non siamo una metropoli e neanche una meta turistica che attrae quotidianamente varie centinaia di visitatori che parcheggiano e si godono per una giornata il centro della città. Buona parte delle soste al centro sono relative a compere e commissioni che durano 10/15 minuti. Questi concittadini vogliamo obbligarli a un parcheggio multipiano la cui procedura, tra entrata e uscita, dura più di 15 minuti?

Bisogna considerare che il turista del XXI secolo sta abbandonando le affollate mete mordi e fuggi, che consumava turistificandole, per rivolgersi a un turismo relazionale, lento e di permanenza: questo è possibile presso mete minimali, come Benevento, caratterizzata da una certa vivibilità quotidiana, in cui si torna periodicamente per interagire col territorio, adottandolo. Al contrario, i parcheggi multipiano sono lo specchio dell’insostenibilità di quelle città in cui le funzioni urbane risultano separate, a compartimenti stagni, a fruizione seriale e alienante. Questa voglia di mettere un tetto su ogni vuoto urbano mira forse a canalizzare la spesa del cittadino presso i centri commerciali extraurbani? Ovvero presso quelle attività commerciali omologanti che, anche grazie alla comodità dei posti auto all’aperto di cui dispongono, portano redditi lontano dai territori, verso i mercati finanziari e multinazionali?

In un solo colpo, in piazza Risorgimento e nel Terminal bus, da più fronti, si vuole cancellare un importante pregio da città di provincia, quello di parcheggiare a cielo aperto, a contatto diretto con le stelle, e senza creare in cambio le opportunità della metropoli. Urbanisti e amministratori, se proprio vogliono essere interventisti, invece di ingerire su luoghi che in decenni hanno maturato il loro equilibrio, si premurino di intervenire sulle cause e non sugli effetti della mobilità veicolare. Facciano in modo che ogni rione abbia la propria area commerciale e amministrativa, ma anche la propria area pedonale e aggregativa, piccola ma raggiungibile a piedi dai residenti del rione (arcipelago pedonale). Questa strategia agevolerebbe un turismo intraurbano e decongestionerebbe il centro città, senza perdere pezzi di economia concittadina, anzi moltiplicandoli.

Alessio Masone per Art’Empori
L’autore di questa riflessione ha utilizzato lo spazio del Terminal Bus, da bambino, negli anni Sessanta, quando era il Campo sportivo del Collegio de la Salle; dal 1993 gestisce una libreria che affaccia sul Terminal; nel 1998, a proprie spese, ha realizzato la maggior parte dei marciapiedi, delle aiuole e della vegetazione del Terminal.

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