Giovedì, 17 Ottobre 2013 10:40

Vi spiego perché De Girolamo e Carfagna sbagliano sulla norma anti femminicidio

Ugo Iannotti Scritto da 

Il decreto che punisce la violenza su donne e minori, recentemente divenuto legge, è stato accolto con entusiasmo dai politici, ma alcuni addetti ai lavori sono molto perplessi

E' di questi giorni la notizia che il Senato ha dato via libera alla conversione del decreto legge 14 agosto 2013 n. 93, che disciplina, tra le altre figure, il reato di "femminicidio". Con questo termine si identificano una serie di violenze perpetrate nei confronti delle donne e dei minori. Cinque gli articoli che mirano a porre un limite alla violenza in ambito familiare, nei quali compaiono tre nuove tipologie di aggravanti: reato commesso ai danni di una donna incinta; reato commesso ai danni del coniuge, anche separato o divorziato; reato commesso in presenza di minorenni. L'approvazione della norma è stata accolta con dichiarazioni entusiastiche dal mondo politico. Alcune tra le donne in politica, maggiormente alla ribalta nazionale, si sono dette da subito molto soddisfatte per la nuova legge. Il Ministro all'Agricoltura Nunzia De Girolamo ha dichiarato: "ora donne più libere dalla paura", mentre la sua collega di partito, ex ministro alle Pari Opportunità ed attuale portavoce del gruppo Pdl alla Camera dei deputati, Mara Carfagna, in un twitter ha scritto: «È stato fatto un importante passo in avanti per sradicare la mala pianta della violenza contro donne. Il Parlamento ha dato risposte efficaci contro emergenza sociale». 

Tuttavia si tratta di una legge che fa molto discutere sia in parlamento, sia nei tribunali: se dal lato puramente teorico la previsione normativa sembra infatti racchiudere argomenti convincenti, dal punto di vista della reale attuabilità, e quindi dell'efficacia concreta, suscita non poche perplessità.

Sul punto si sono susseguite numerose opinioni da parte degli esponenti della politica, la maggioranza delle quali ovviamente positive, visti anche i risultati delle votazioni in parlamento che hanno traghettato il decreto verso l'efficacia normativa.

Una voce fuori dal coro, tuttavia, si è levata dalla Camera Minorile di Benevento, nella persona del Presidente Luisa Ventorino, che ha in questi giorni diramato una lettera aperta verso i media locali, affinché la norma venisse "letta" anche sotto altri aspetti. Abbiamo così raccolto le sue dichiarazioni, attraverso l'intervista che segue.

Ci spiega in breve in cosa consiste questa norma?

"L'oggetto del provvedimento è la materia della sicurezza ed il contrasto alla violenza di genere, nonché la protezione civile ed il commissariamento delle province. La legge è un provvedimento – perfettamente in linea con la pratica legiferativa cui da un po' di tempo siamo stati abituati – "onnicomprensivo". In altre parole è un guazzabuglio, un coacervo di norme dettate da una serie di emergenze che il nostro attuale governo ha spacciato come la panacea di tutti i mali.

Ritengo il provvedimento sul cosiddetto femminicidio un provvedimento "politico" perché varato in un momento di grande sfiducia nelle istituzioni nel quale, per tal motivo, doveva darsi un segnale eclatante - che colpisse l'opinione pubblica – ed una risposta che desse (apparentemente) delle soluzioni nuove e più incisive ad un fenomeno dilagante."

Come Presidente della Camera minorile di Benevento, qual è tendenzialmente l'andamento dei rapporti familiari?

"Non parlerei di andamento dei rapporti familiari quanto piuttosto del degenerare dei rapporti familiari in un contesto patologico. La violenza endofamiliare,diretta ed assistita, quale degenerazione dei rapporti familiari, è un fenomeno estremamente diffuso e ben noto agli avvocati di diritto di famiglia (io stessa me ne sono recentemente occupata in un convegno tenutosi presso il Museo del Sannio di Benevento), nel quale le vittime principali sono donne e minori."

Secondo lei questa legge cosa si propone di cambiare rispetto al regime attuale?

"La legge sul femminicidio non è, a mio parere, né solutoria del fenomeno, né specifica, né tantomeno rivoluzionaria. La legge, nella parte in cui si occupa della violenza di genere, prevede un inasprimento delle pene ed una (teorica) possibilità di attivare immediate procedure processuali di tutela delle vittime di violenza."

Cosa, secondo il suo parere, è sbagliato?

"Questa legge non prevede – e d'altra parte non poteva mancando totalmente qualunque risorsa economica – alcuno strumento di protezione immediata delle vittime di violenze e di maltrattamenti in famiglia che potrebbe essere – al contrario dei provvedimenti processuali – davvero efficace al fine di prevenire la commissione di delitti, per lo più annunciati.
Ne consegue che le vittime di violenza, non potendo trovare tutela immediata (ad esempio chiedendo accoglienza in centri antiviolenza dove poter essere sottratte al potenziale aguzzino), restano di fatto completamente prive di strumenti di protezione attuali ed efficaci volti a impedire gli esiti letali delle violenze subite. Salvo poi, in sede processuale, godere delle garanzie previste dalla legge, come l'essere informati dell'esito del processo. Peccato che i tempi del processo e la certezza della pena, in Italia, sono le vere piaghe del sistema giudiziario, civile e penale."

Alcune esponenti della politica, come il ministro De Girolamo, hanno affermato che questa normativa rappresenta un punto di svolta per contrastare la violenza. Qual è la sua opinione a riguardo?

"Molti politici nazionali tra cui il ministro delle politiche agricole Nunzia De Girolamo e la deputata PDL Mara Carfagna, e locali – il consigliere comunale Floriana Fioretti, all'indomani dell'approvazione della legge di conversione del DL 93/2013, hanno fatto dichiarazioni entusiastiche sulla legge e sull'effetto che la stessa avrebbe avuto sul fenomeno. La verità è che quelle sono appunto dichiarazioni politiche – che percepiamo sempre più spesso lontane anni luce dal tessuto sociale. Gli avvocati, invece, che con il tessuto sociale si confrontano quotidianamente, sanno bene che questa legge non risolverà il problema e non arginerà il fenomeno. Le recenti notizie di cronaca la dicono lunga sul punto."

Se ne avesse la possibilità, quali modifiche apporterebbe a questo istituto?

"Non è l'istituto che deve cambiare. Le porto la testimonianza di una caso da me recentemente seguito. Diana (così chiamerò la protagonista della vicenda), circa un mese fa, ha sporto querela nei confronti del marito per ripetuti maltrattamenti, percosse, segregazione, vessazioni fisiche e morali, violenza sessuale subiti durante il matrimonio. Nonostante la querela sporta, nulla è accaduto, per giorni. Nessun intervento delle autorità, nulla. Al verificarsi dell'ennesimo atto di violenza nei suoi confronti, Diana è riuscita a sottrarsi alla furia del marito e a rifugiarsi presso un familiare e per trovare sostegno nella sua decisione di chiedere la separazione dal marito. Ometto i dettagli della vicenda per la necessaria tutela della privacy.

Oggi Diana è preoccupata per la sorte dei suoi figli lasciati a casa dove, peraltro, il marito esercita la propria attività lavorativa. La storia di Diana è una delle tante storie di ordinaria violenza, tragicamente e tristemente frequenti. Non credo che l'attuale legge sul femminicidio, che nulla o quasi nulla aggiunge ad un quadro legislativo che prevedeva le medesime misure teoricamente tutelanti le vittime di maltrattamenti, possa dare a Diana le risposte immediate cui la stessa ha diritto.

Il tutto anche a causa del fatto che il sistema giudiziario, notoriamente in affanno, non è in grado di garantire provvedimenti immediati, come è noto agli avvocati che – al pari dei propri assistiti – subiscono quotidianamente la frustrazione di non essere in grado di dare soluzioni concrete ed attuali a situazioni che richiedono interventi urgenti."

Lei crede sia più efficace, per arginare il fenomeno della violenza sulle donne, una serie di misure restrittive o un percorso educativo preventivo?

"Occorre innanzi tutto indurre il cambiamento della mentalità. Sa tante vittime di violenza non si allontanano o non si emancipano dal partner perché hanno paura di non poter sopravvivere. Fin tanto che le donne si sentiranno "assistite", non potremo far molto... ma questo, magari, sarà argomento della prossima intervista."

 

Letto 5154 volte
ORA ON-LINE: 109

 
pennagrafica