Lunedì, 26 Febbraio 2018 15:41

«Sorgenti dell'Alto Sannio a rischio per colpa dell'eolico»: la denuncia di 2 geologi

Sotto i riflettori l'impianto in costruzione in un'area protetta nel comune di Morcone. «Ci sono in gioco 15 milioni di metri cubi d'acqua all'anno, ma l'interferenza tra impianto e falde non è stata tenuta in debito conto», sostengono Briuolo e Portoghese

Impianti eolici e falde acquifere: una relazione delicata in ambienti carsici e, secondo un recente studio geologico, profondamente sottovalutata durante la valutazione del parco eolico da 57 megawatt in costruzione a Morcone in località Ripa Malaportelle (area protetta nei pressi del Parco Regionale del Matese) da parte di una società a responsabilità limitata della multinazionale tedesca “E.On”. La denuncia viene dai geologi Vincenzo Portoghese e Vincenzo Briuolo, con una nota alle autorità competenti e alla Procura della Repubblica. «Non sono state tenute in debito conto – sostengono i geologi – tutte le interferenze della fattoria eolica con le falde idriche sotterranee e che dovevano essere oggetto di studio del progetto definitivo presentato ai fini del rilascio dell’Autorizzazione Unica». Nella nota alla Procura, Briuolo e Portoghese fanno presente una significativa difformità tra il progetto definitivo approvato, in cui si escluderebbero interferenze tra l’impianto e la falda (che si ipotizza molto profonda) e il progetto esecutivo presentato al Genio Civile di Benevento dalla srl, che invece prevederebbe nelle stratigrafie «presenza di falda tra i 16 e i 27 metri». Secondo i rilievi dei due geologi la distanza della pala “MR13” sarebbe nel raggio di 200 metri dalla località a sud di Ripa Malaportelle denominata “Piscina”, interessata dalla presenza di acqua sorgiva dall’area della dolina.

«Nel progetto la presenza di questa risorgiva non viene affatto rilevata – sottolineano Briuolo e Portoghese – né viene evidenziata l’area carsica». Sarebbero proprio le condizioni tipiche degli ambienti carsici, in cui l’acqua percorre le fratturazioni di una complessissima rete nelle rocce calcaree, a rendere particolarmente delicata la questione delle interazioni tra l’impianto e la falda. «Le attività di escavazione e trivellazione necessarie alla realizzazione delle fondazioni profonde – spiega Portoghese – possono creare fratturazioni artificiali che, intercettando la falda, possono causarne l’abbassamento o, nella peggiore delle ipotesi, compromettere l’esistenza di sorgenti più a valle. L’episodio che si è verificato tre giorni fa con l’intorbidimento della sorgente “Grotte” di Pontelandolfo, che ha lasciato 9 comuni senza acqua potabile, testimonia l’estrema fragilità e vulnerabilità dell’ambiente carsico». Secondo gli studi dei tecnici, basati su studi di enti di ricerca, sono presenti nell’area circa 80 sorgenti, con portate complessive stimate in circa 15 milioni di metri cubi all’anno. In paesi soggetti a continue interruzioni idriche. «E allora com’è possibile – chiedono ancora i geologi, questa volta alla Regione – che alle Conferenze di Servizi dedicate al processo autorizzativo del progetto non sia stato inviato a partecipare l’ATO 1, competente per tutte le opere da realizzare nei settori idrici dell’ambito territoriale?».

La colata di fanghi nell'area protetta

Una serie di criticità che si aggiunge ai tanti rilievi mossi da cittadini e comitati locali (in particolare dal “Fronte sannita per la difesa della montagna”), tra cui «alcune violazioni di prescrizioni dell’Autorizzazione unica ambientale e il taglio di 310 alberi e specie protette non regolamentato dal Piano di Assestamento Forestale», nonché lo sradicamento di cippi storici di confine e lo «sversamento di fanghi sui pascoli permanenti della montagna di Morcone», denunciato proprio ieri. E pensare che lo scorso dicembre la Regione Campania ha ufficialmente designato la zona interessata dai lavori come “Zona Speciale di Conservazione” per la biodiversità, prevista dalla direttiva “Habitat” dell’Unione Europea. Peccato che il riconoscimento sia arrivato con almeno due anni di ritardo rispetto ai tempi indicati dalla direttiva europea

Ma se la Regione latita, badando, nel migliore dei casi, a «non esporre l'Ente al rischio di risarcimento di danni», cosa giustifica la scarsa reattività delle altre istituzioni e dell'amministrazione locale?

Alessandro Paolo Lombardo

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