Lunedì, 04 Gennaio 2010 13:48

Una “public library” nel Fortore

La biblioteca parrocchiale di San Giorgio La Molara tra la misteriosa eredità di Don Giuseppe Fina e l’innovativa apertura multimediale


di Alessandro Paolo Lombardo


Sono due le porte da attraversare per accedere alla biblioteca “Don Giuseppe Fina” di San Giorgio  La Molara. I luoghi della cultura hanno una loro particolare e antica condizione: con le prime pitture rupestri, con la scrittura l’uomo cominciò a “costruire un mondo artificiale, in parte materiale in parte virtuale, parallelo a quello delle case in cui viveva: un mondo in cui abitavano le idee” (Vincenzo De Gregorio, “La carta e la bussola”). L’architetto Massimiliano De Cesaris che ha curato la sistemazione degli spazi parrocchiali destinati alla biblioteca ha colto bene questo carattere di “altra dimensione”. Ha adagiato a terra, in un battuto di coccio pesto nel piazzale antistante l’ingresso, le pietre bianche trovate durante i lavori per comporre un arco... La pietra centrale, cosiddetta chiave di volta, è ribassata per consentire il fisico ma al contempo metaforico passaggio verso la cultura.


Delle due porte di cui dicevo, la prima è un’iniziazione, la seconda… un’agnizione (“riconoscimento”). Ad aprirla, riconosco infatti Lea Modola, la direttrice della biblioteca che ha partecipato attivamente alla realizzazione della stessa. “Sapevo dell’esistenza di una grande mole di libri raccolti dal parroco Giuseppe Fina e, sin dalla tenera età, avevo desiderato di poterli avere tra le mani”, mi dice. Il sogno si avvera nel giugno del 2006 quando il parroco Don Luigi Ulano, in carica dal 2002, la contatta per aiutarlo nell’impresa di sistemazione e catalogazione dei testi, accatastati in alcuni spazi ecclesiali senz’alcun criterio (a meno che non si voglia fare della casualità un criterio, scelta possibile ma non in Biblioteconomia).


“L’operazione era lunga e faticosa: la raccolta consta di 25.000 testi, tra cui alcuni risalenti al 1600! Il più antico, di argomento religioso, è datato per la precisione al 1603. Ci siamo muniti di mascherine per non inalare le polveri di pagine decomposte… Vi sono anche pergamene e bolle papali del 1500, ora conservate in un luogo sicuro. La mia speranza è di portarle in futuro all’interno della biblioteca Fina, non appena avremo messo in pratica un piano di controllo microclimatico”. (Nel campo dei beni culturali ne uccide più l’umidità che la spada!)


Le dichiarazioni di Lea non possono che suscitare curiosità eziologiche (l’ambiente della più famosa biblioteca del mondo, l’antico Museion di Alessandria, era ghiotto di queste curiosità, vedi gli “àitia”, “Origini”, di Callimaco). La curiosità riguarda proprio l’origine della raccolta, le modalità in cui Don Giuseppe Fina sia entrato in possesso di questi pregiati volumi. Quando ci sono un mistero e una chiesa, basta poco per trasformare il vecchio parroco in Berengere Sauniere e San Giorgio La Molara in Rennes-le-Château (v. il fenomeno Codice Da Vinci)! Ma Lea m’informa che sono in corso ricerche precise sulla questione e lei stessa sta esaminando un carteggio di Don Giuseppe da cui è già emerso che il prete negli anni Settanta dichiarava alla Regione una biblioteca storica.


Data la qualifica storica, chiedo a Lea se l’istituto riceva fondi pubblici per il mantenimento. “La biblioteca si basa esclusivamente sui fondi della parrocchia ma questa ha innumerevoli altre spese (ad esempio, il Santuario è stato da poco restaurato) e quindi speriamo che arrivino donazioni di privati o finanziamenti del comune. Per alcune operazioni ci siamo appoggiati al polo regionale, tra cui la catalogazione informatica con codice ISBN” (International Standard Book Number: “è un numero che identifica a livello internazionale in modo univoco e duraturo un titolo o una edizione di un titolo di un determinato editore”, www.isbn.it). Il mio sguardo si posa su un antico testo religioso con un titolo in bel carattere: “Prezzo della Divina Grazia”. E’ il momento di saperlo: “Qual è il prezzo della divina grazia di aver una biblioteca ben fornita a due passi da casa?”. “Per far funzionare la biblioteca occorrono più di duemila euro al mese!”. Il costo di manutenzione, riscaldamento e luce può sembrare talora proibitivo rispetto al prezzo della luce divina…


I servizi offerti vanno dal classico prestito allo scientifico approccio ai libri con percorsi didattici rivolti alle scolaresche: “Ci tengo molto al versante educativo” – sancisce Lea – “Aiutiamo persino i bambini a far i compiti! E forniamo assistenza alla ricerca, al momento c’è una storica di Roma che si sta interessando alla chiesa distrutta di San Luca”. Inoltre la biblioteca si è aperta a “biblioeventi”, accompagnati da musica dal vivo, ed incontri letterari. Nazzareno Orlando ha scelto questo luogo per il lancio del suo libro “Il vento nel sacco” e ne ha riportato un’ottima impressione, a giudicare da quanto scrive sul suo blog (http://orlandonazzareno.splinder.com/post/19487450).


Inaugurata il 25 Ottobre 2008, nel dicembre dello stesso anno la biblioteca ha ospitato anche la presentazione di “Cinefort”, associazione culturale no profit che ha sede nella stessa (www.cinefort.135.it). Cinefort, oltre a proporre una rassegna di proiezioni finalizzate alla comprensione di alcuni aspetti della storia attuale, promuove la realizzazione di videodocumentari inerenti l’identità e la memoria del Fortore, per un rilancio di questo palcoscenico incontaminato. Il logo dell’associazione, ideato dal grafico Massimo Capozzo, incarna queste intenzioni proponendo una forma occhiuta, occhio della camera che richiama anche il sembiante del celebre lago di San Giorgio La Molara…


Queste aperture rendono la biblioteca Fina idealmente più simile alle mitiche “public libraries” inglesi che alle medesime istituzioni italiane. Come il modello inglese, la “public library del Fortore” è a scaffale aperto e l’utente può consultare liberamente i testi, avvalendosi dell’assistenza di Lea, Ernestina Di Polvere ed Ivan Armini (“insostituibile per il reperimento dei libri collocati più in alto!”, confessa la direttrice). Questo è quello che nel mondo anglosassone costituisce il “reference service”, in genere punto dolente delle biblioteche italiane in cui prevale da sempre paura e diffidenza nei confronti dell’utente. Servendomi ancora una volta del manuale di Bibliografia di De Gregorio, sintetizzo il problema: in Italia si privilegia spesso la tutela del materiale a quella dell’utenza che viene nettamente divisa in fruitori di fascia alta e bassa e siccome si suppone (a torto) che gli appartenenti alla fascia alta non abbiano bisogno di ausilio tecnico, non si è creato un reference service come quello inglese.


L’assistenza è uno dei punti di forza della creatura di Don Giuseppe, uno dei motivi per cui rivolgersi, secondo Lea, alla sua biblioteca. Non il solo: “E’ una delle più grandi della provincia, le sezioni di argomenti possono soddisfare ogni palato: Religione (è sempre una biblioteca parrocchiale!), Sezione Periodici, Narrativa, Storia, Geografia, Scienze, Diritto ed Economia, Medicina, Spettacolo, Opere di Consultazione, Scienze Sociali, Arte. Si prevede anche la costituzione di una mediateca”. “E poi” – rincara Mara Caretti, collaboratrice di Cinefort – “Don Giuseppe ci ha messo l’anima… E le cose che hanno un’anima sono vive! Una biblioteca viva è sempre consigliabile!”.

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