Martedì, 14 Giugno 2016 20:58

Quel Sannio terra d'approdo della crisi mondiale

Gaia Sarracco Scritto da  Gaia Sarracco

"Sono in mezzo a noi ma non sono come noi". Non è forse questo il pensiero becero di chi s'imbatte, fingendo che ciò non accada, nei numerosi immigrati che pervengono nelle nostre città?

Eppure si sta assistendo a una notevole ripresa del flusso migratorio. 153.842 sono i profughi sbarcati in Italia nel corso del 2015 e del 2016, il 9% in meno del 2014. Il fenomeno, infatti, in una proporzione senza precedenti giunge anche nel capoluogo sannita, luogo non luogo fermo nel tempo e nello spazio. "si contano attualmente 1227 immigrati di varia nazionalità" mi dice Giuseppe Canale,il vice prefetto di Benevento e pur prendendo atto di questo incontrovertibile dato, in fondo nulla si sa del percorso di uomini donne e bambini le cui vite si intrecciano necessariamente al nostro quotidiano.

Provenienti da vari luoghi del mondo (Africa subsahariana, Turchia, Pakistan, India) giungono a Napoli o Salerno e da li vengono smistati nelle varie province campane "indiciamo un bando e poi vediamo chi sono i più idonei ad essere accolti seguendo protocolli del ministero dell'interno e delle prefetture territoriali"commenta ancora il vicario. Nel panorama campano escludendo per ovvie ragioni Napoli (principale luogo d'approdo e soggiorno) insieme a Caserta, Benevento rappresenta attualmente una delle principali fasce interessate: " arrivano a Benevento ma non tutti risiedono in città la maggior parte di loro alloggia in strutture apposite collocate nei territori limitrofi della provincia beneventana" mi dice ancora il dottore Canale.

Di queste solo tre sono, infatti, presenti realmente nel tessuto urbano e tra l'altro con una capienza ridotta; il resto dei centri è invece disposto nei comuni circostanti. Sono, infatti, tredici i centri di accoglienza per immigrati e sotto la denominazione oltremodo evocativa di Damasco rientrano tutte le strutture gestite dal Consorzio Maleventum di Paolo Di Donato tra cui quelli di Dugenta, Sant'Agata de' Goti, Montesarchio, Airola, Paolisi, Benevento, Castelvenere, Tocco Caudio e Cautano. E di recente sono stati inaugurati quello di Frasso Telesino e Fragneto. Tutti questi centri sono poi controllati ciclicamente per garantire un servizio di assitenza sano agli stranieri che vi alloggiano.

Impossibile fare una stima tra l'intervallo migratorio e un altro poiché nel corso del tempo al solo viatico marino si è affiancato anche quello di terra per cui i calcoli del flusso migratorio una volta possibile poiché stimati sulla base anche delle condizioni atmosferiche del mare non sono più sufficienti a garantire una valutazione netta. "Potrei dire che ogni quindici giorni ci sono nuovi arrivi ma non sarebbe esatto ormai anche con treni e pullman queste popolazioni riescono a spostarsi e parimenti è complesso offrire una percentuale delle etnie maggiormente presenti" Mi spiega attentamente Canale, funzionario della Prefettura di Benevento. Segno questo di un'evoluzione del fenomeno e delle motivazioni che spingono fiumi umani di persone a lasciare le loro terre: un tempo si partiva allo sbaraglio con il sogno di cercar fortuna altrove; (partn e bastiment) e ora che non si sa se la fortuna esiste in un altrove ideale, si parte alla volta di un altrove inconsapevole spesso fuggendo a malincuore dalla propria terra ove però si vivono situazioni di terrore e violenza.

Per molti di loro si avvia un percorso di alfabetizzazione e una conseguente destinazione lavorativa rivolta a mestieri manuali spesso del tutto nuovi per gli immigrati "gli africani per esempio sono spesso pastori ma vengono destinati da agricoltori locali a impieghi essenzialmente agricoli come la coltivazione di olive o prodotti tipici locali che per loro rappresenta una novità assoluta" spiega Canale. Ma molti invece hanno studiato, si sono laureati nei loro paesi dai quali sono scappati per motivi religiosi e politici; pur tuttavia giunti in suolo straniero finiscono con l'assolvere funzioni assai diverse da quelle originarie e spesso meno prestigiose.

"Io ho studiato ma qui non posso fare molto qui, però qui non muoio come a mio paese" mi dice in inglese un simpatico ragazzo afrodiscendente (questo il termine esatto per evitare opposizioni semantiche foriere di denigrazioni) che incontro uscendo da un comune ipermercato locale. Come negare, infatti, il dilagante fenomeno di accattonaggio che costringe molti di questi ragazzi sempre sorridenti però, a porsi lungo i bordi di grandi magazzini sperando di ricevere qualche centesimo post spesa al suono di "we bela"? Altri invece in una danza di disperazione lanciano pacchi di fazzoletti saltando di semaforo in semaforo. E che dire dell'ormai onnipresente ritualità delle rose serali? Indiani e pakistani girano accanto ai tavoli di ogni locale tentando di vendere rose policromatiche che la mattina alle cinque va ad acquistare a Napoli.

Quindi mi chiedo non esiste per tutti uno spazio lavorativo opportuno? Quali le soluzioni per tale sproporzione?
"Purtroppo io come vicario non posso occuparmi del lavoro di queste persone cioè non posso farvi fronte; è ovvio che la dilagante presenza d'immigrati metta a dura prova le risorse del paese che, di fatto, stanno terminando e a Benevento in particolar modo poiché il territorio è piccolo" constatazione amara nella sua ovvietà amplificata dalla incapacità di integrazione tanto più angustiante in una provincia chiusa e ancorata ai propri intoccabili privilegi.
Ed è evidente come a monte di questo discorso vi sia anche un 'incapacità di integrazione estremamente paralizzante "non le nego che l'integrazione in un posto così chiuso non è possibile, ovviamente ci sono difficoltà strutturali legate essenzialmente a diversità religiose ma soprattutto le persone non sono pronte ad accogliere" mi confessa apertamente con lucida amarezza il viceprefetto.
E dalla non accoglienza alla denigrazione e sottomissione il passo è breve; eppure i beneventani che vivono nelle loro case non sanno che a fare i biglietti sull'autobus ci sono anche gli emigrati a fare lavori che gli italiani non vogliono fare, più ci pensano gli emigratis. Molti di loro, infatti, lavorano per ricevere contributi esigui anzi spesso sottopagati svolgendo lavori che nessuno degli autoctoni farebbe. Forse però una sparuta minoranza d'idealisti esiste se il primo marzo di quest'anno molti dei ragazzi del centro sociale di Benevento hanno organizzato una manifestazione per difendere i diritti di queste persone. Nella convinzione che tra identità e integrazione non debba esistere necessariamente un'eterna dicotomia.

In un'Italia retrograda e vergognosamente irriconoscente verso il proprio passato di emigranti c'è bisogno di invertire la tendenza e di urlare ogni volta sono in mezzo a noi e sono come noi o mi verrebbe da dire più di noi.
Perché è migliore di noi chi sorride anche senza certezze.

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