Per Antonio Calvani, ordinario di Didattica e Pedagogia Speciale all’Università di Firenze, non sembrano esserci molti dubbi: la corda della retorica si sarebbe spezzata rendendo probabile, a breve termine, a una vera e propria ondata “tecnoclastica”. Ma è possibile che, prima che l’uomo distrugga la tecnologia, si divori essa stessa. Un fenomeno simile a ciò che è accaduto all’immagine – secondo Baudrillard – e all’informazione, in base a quella che definiremmo “infoclastia”
Ma come definire la “tecnoclastia”? I riferimenti principali per inquadrare il fenomeno del genere sono probabilmente due, da considerare in maniera integrata e complementare: il luddismo e l’iconoclastia (quest’ultima in un’accezione sia classica che “contemporanea”). Il luddismo attuale ha già acquisito una connotazione peculiare rispetto ai sabotaggi ottocenteschi inaugurati dal misterioso Ned Ludd come risposta alla Rivoluzione Industriale e alla “concorrenza sleale” delle macchine nel mercato del lavoro. Oggi sono considerati in certo qual modo “luddisti” tutti coloro che avversano, per i motivi più vari, l’introduzione di nuove tecnologie, soprattutto in ambito lavorativo. Si tratta di un atteggiamento riscontrabile nelle più diverse fasce anagrafiche, persino tra cosiddetti nativi digitali “pentiti” della propria “dipendenza da social” (così come non è raro riscontrare la tecnofilia più estrema e acritica tra insospettabili e inossidabili boomer).
Iconoclastia e “infoclastia”
Allo stesso modo, parlando di “iconoclastia”, è forse più opportuno fare riferimento al sociologo Jean Baudrillard che a Leone III Isaurico e agli antichi Pauliciani. Certo, i “tecnoclasti” più estremi distruggerebbero gli schermi come gli iconoclasti hanno fatto con le icone (d’altronde, come canta la rockstar Marilyn Manson, “God is in the TV”…) ma, in attesa delle futuribili e forse fantomatiche orde neoluddiste, sembra più utile concentrare l’attenzione sulla tecnoclastia intrinseca della tecnologia. Nel caso di Baudrillard, ad essere sul tavolo degli imputati è l’arte (e in qualche modo l’intera “filiera dell’immagine”) che sarebbe divenuta essa stessa iconoclasta, quindi suicida.
«Questa moderna posizione iconoclasta – spiega il sociologo – non consiste più nel distruggere le immagini […], consiste piuttosto nel fabbricare immagini, addirittura nel fabbricare una profusione di immagini nelle quali non c’è niente da vedere». […] L’iconoclastia contemporanea è dunque la distruzione di immagini attraverso la loro proliferazione, il depotenziamento o la negazione stessa della natura profonda dell’immagine attraverso la metastasi iconica. Un concetto che potremo traslare anche nell’ambito dell’informazione ipotizzando una sorta di “infoclastia” dalla duplice natura: sentimento di ostilità “complottista” verso i media mainstream (da “stigmatizzare” e “distruggere”) ma anche proliferazione smodata di informazioni e contenuti che finisce per obliterare qualsiasi possibilità di reale “in-formazione”, ottundendo le menti e rendendo impossibile qualsiasi forma di discernimento (v. la questione infinita delle “fake-news”, cavalcata dalle opposte fazioni mediatiche in un clima da tifoseria che sicuramente non giova alla comprensione).
Tecnologia “tecnoclastica”
Accanto alla “tecnoclastia per difesa” (ingenua forma di opposizione a più o meno titanici colossi degli algoritmi), vi è dunque, come nei casi precedenti, da prendere in considerazione una “tecnoclastia per proliferazione”, intendendo la smodata moltiplicazione di possibilità, incombenze, contenuti e strumenti digitali che finiscono per affastellarsi oltre ogni ragionevole limite, occultando ogni orizzonte di senso nella co-costruzione, anche digitale, della conoscenza. In tal modo la tecnologia divora se stessa (e i suoi utenti?) perdendo il senso profondo della sua presenza nel mondo. Diventa, parafrasando Baudrillard, tecnologia tecnoclasta.
Alessandro Paolo Lombardo
da A. P. Lombardo, Tecnoclastia vs Tecnoumanesimo. La sfida dell’inclusione, Università del Molise, 2022


