La pulizia del corso dei fiumi di Benevento sgomenta molti cittadini, scontenta le associazioni e porta alla ribalta vecchi, spinosi problemi…

Da circa un mese sono partiti i lavori per il risanamento e la bonifica dei fiumi beneventani, che negli ultimi anni hanno subito una crescente sollecitazione antropica. L’urbanizzazione si è spinta nelle zone adiacenti ai fiumi e l’inquinamento delle acque è aumentato. Insomma, un intervento ci doveva essere. Ma sono immediatamente sorti dei dubbi sull’efficacia e la bontà delle operazioni svolte.

«Era proprio necessario l’abbattimento massiccio della flora?», si chiedono le associazioni ambientaliste e una parte della popolazione. Il geologo Roberto Pellino dell’associazione Lerka Minerka ricorda che le amministrazioni comunale e provinciale hanno subito una duplice pressione in tal senso. Il Comitato di contrada Pantano aveva interpellato il Comune, la Provincia, la Prefettura, l’Autorità di Bacino del Liri Garigliano e del Volturno nonché la Protezione Civile per chiedere un intervento di pulizia e manutenzione. «Il corso del fiume è ostruito da tronchi di alberi e da trascurata vegetazione mai soggetta a interventi di manutenzione negli ultimi decenni», scriveva il presidente Alfonso De Rosa.

«L’equivoco – afferma Pellino – consiste nel ritenere che la vegetazione lungo le sponde sia la causa degli allagamenti nei periodi di piena. Soltanto alberi mal radicati potrebbero costituire un problema da questo punto di vista». La seconda pressione è legata alle lamentele di alcuni residenti dei lungofiume riguardo il terribile olezzo proveniente da alcuni tratti dei corsi d’acqua. «Si è creduto ancora una volta che colpevoli del ristagno fossero le povere piante ma, al contrario, con la loro capacità di fitodepurazione esse contribuivano a smaltire i liquami dovuti a un problema ben più grosso». E’ possibile che l’intervento della Provincia abbia completamente mancato il bersaglio? Quali sono i problemi “più grossi” da affrontare per garantire la sicurezza e la salubrità dei fiumi che hanno determinato la nascita della nostra città?

Marcello Stefanucci, delegato Lipu per la provincia di Benevento, ha ripercorso le tappe di quella che sembrava un’intesa tra le associazioni e la Provincia: «Dopo le polemiche pubbliche avutesi in occasione dei precedenti interventi tra alcune associazioni ambientaliste e l’amministrazione provinciale che ancora non aveva inteso bene come intervenire sui corsi d’acqua per cercare di garantire parimenti la sicurezza idraulica e la naturalità dei fiumi, sembra che qualcosa stia cambiando. La giunta provinciale, sotto la spinta dell’assessore all’ambiente Gianluca Aceto, ha approvato le linee guida per la manutenzione dei corsi d’acqua, naturali e artificiali, esistenti nel territorio provinciale». Il problema, afferma Stefanucci, è «tradurre tali linee guida in azioni pratiche che attuino le imprese quando lavorano a questo tipo di intervento, come si è dimostrato già in queste prime settimane di lavoro sul fiume Sabato. C’è ancora molto da fare sotto questo aspetto, ma soprattutto deve passare il concetto che la naturalità del fiume non è secondaria rispetto alle esigenze della sicurezza idraulica».

Ciò che emerge parlando con gli ambientalisti è che all’ufficialità delle linee guida abbia corrisposto un’ufficiosa e quanto mai informale collaborazione effettiva con gli esponenti delle associazioni. «Abbiamo più volte chiesto il progetto del lavoro da effettuarsi, ma tale progetto non è stato mai elaborato, tutto viene fatto ad occhio, con approssimazione.» Il responsabile di Lerka Minerka e Stefanucci hanno più volte incontrato l’ingegnere Maiolo che si occupa dei lavori, «disponibile e competente, ma quando non c’è un progetto – nota amaramente Pellino – non si può contestare nulla o essere d’accordo su qualcosa.» Così, sempre “a occhio”, per salvare il salvabile, i due ambientalisti avrebbero concordato con il dirigente di tagliare solo il 50% della vegetazione esistente, tralasciando i canneti, i pioppi, i salici, gli ontani (già specie protetta)… «Forse con uno studio approfondito la percentuale di piante da eliminare si sarebbe abbassata al venti, trenta per cento».

Ma il problema è che tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare e, c’informa ancora Pellino, sono state abbattute molto più della metà delle piante (con l’utilizzo di macchinari che non dovrebbero assolutamente entrare nel letto di un fiume). Se così fosse, sarebbe interessante valutare la portata economica di queste sviste, sapere quanto guadagna l’azienda incaricata dei lavori dalla vendita del legname, quanto spetta invece alla Provincia. Il taglio della flora fluviale e degli alberi circostanti ha tuttavia reso possibile appurare cosa succede nel letto del fiume. La situazione è davvero spiacevole: sul Lungosabato a Santa Maria degli Angeli sono visibili numerosi sacchi di immondizia e rifiuti d’ogni sorta; ad una prima osservazione pare inoltre che gli scarichi fognari di alcune costruzioni della zona sfocino direttamente nel fiume (da cui l’odore sgradevole di cui si parlava sopra).

Marcello Stefanucci punta il dito contro un’altra piaga, il mancato rispetto delle distanze previste dalla legge Galasso (150 metri dalle sponde dei fiumi) da parte di molte costruzioni. «La legge risale al 1985, come sono state date le concessioni edilizie alle costruzioni IACP costruite intorno al 1994 senza rispettare le distanze? Sicuramente esistono delle deroghe ma la deroga è un’eccezione, non può diventare legge. Chiediamo alla Provincia di avere la stessa fermezza con cui è intervenuta nella pulizia del fiume nel far rispettare d’ora in avanti il Piano Territoriale di Coordinamento della Provincia di Benevento, laddove le distanze prescritte dalle sponde dei fiumi variano dai 200 ai 300 metri.»

Anche noi chiediamo alcune cose alla Provincia, sperando di poter fugare le perplessità degli ambientalisti:
– Davvero le operazioni sono state condotte senza alcun progetto?
– Una ditta che si occupa prevalentemente di edilizia ha il necessario know how per lavori così delicati?
– Quanto guadagna la ditta, quanto spetta alla Provincia dalla vendita del legname ricavato?
– Qual è la motivazione tecnica addotta per l’abbattimento di gran parte della flora fluviale?
– Perché in alcune zone il fiume è ragionevolmente simile a una fogna?
– Sono previsti progetti di manutenzione simili in altre zone della Provincia?

Alessandro Paolo Lombardo, Edoardo Brigantino

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