Una pianta simile al broccolo ha contribuito all’immensa fortuna cromatica e commerciale dei blue jeans, ha protetto i Britanni e colorato il Medio Evo: il guado, o “Isatis Tinctoria”

Cos’hanno in comune i Celti, i tintori del Medioevo, i blue jeans e le malattie virali? A prima vista nulla, o, quantomeno, nulla di sensato. Invece un legame esiste ed è una pianta. Nello specifico, una pianta tintoria biennale che appartiene alla famiglia delle Brassicaceae, ossia una parente stretta dei broccoli: il guado o glasto, nome scientifico Isatis tinctoria L.

Ormai quasi completamente dimenticata, essendo stata soppiantata da tempo dai coloranti sintetici, per molto tempo è stata una delle piante tintorie più importanti in Europa, in quanto l’unica fonte allora conosciuta di un colorante blu particolarmente brillante, stabile e, soprattutto, ricercato: il guado, appunto, anche detto impropriamente indaco.
Pare che il guado fosse usato come pianta tintoria già dagli antichi Egizi, che lo utilizzavano per tingere le bende che venivano applicate sul corpo delle mummie. Giulio Cesare, nel suo “De Bello Gallico”, riporta l’usanza di alcuni Britanni di colorare i loro corpi con il guado in battaglia, al fine di rendere più terrificante il loro aspetto (motivo per cui gli abitanti della parte settentrionale della Gran Bretagna furono chiamati anche Pitti, da “pictus”, dipinto). Una buona mossa anche per le capacità antisettiche della pianta, che tornavano certamente utili in battaglia. Non a caso la medicina cinese considera il guado come l’erba antivirale più efficace in assoluto, indicata in tutte le malattie febbrili anche di natura epidemica e come rimedio contro infezioni come morbillo, parotite, epatite, etc…

Nel Medioevo il guado fu uno dei coloranti più importanti d’Europa, tant’è che il nome francese dei “panetti” delle sue foglie trattate, “cocagne”, porta memoria della ricchezza delle sue zone produttive, veri “paesi della cuccagna”. Progressivamente sostituito dal “vero indaco” (Indigofera tinctoria importata dall’India), il guado vide accelerare il suo declino con la commercializzazione di un indaco sintetico, ottenuto nel 1880 dal chimico tedesco Adolf von Baeyer (da non confondersi con Friedrich Bayer che fondò la ditta di vernici divenuta successivamente la multinazionale chimica Bayer oggi conosciuta).

Ma il blu del guado è riuscito comunque a entrare di diritto nella storia e nella cultura contemporanea: utilizzato per tingere gli abiti da lavoro realizzati a Chieri ed esportati da Genova, ha dato il nome ai famosi blue-jeans ovvero, letteralmente, blu di Jeane (versione anglo-francese del nome della città marinara, laddove Denim indicava gli abiti da lavoro prodotti a Nimes, in Occitania). Con i marinai liguri questo tessuto tinto di blu, originariamente con l’indaco naturale e successivamente con quello sintetico, giunse nel nord America.

La molteplicità di utilizzi cui si prestano il guado e le erbe in generale, nonché la complessità della loro azione, stanno tuttoggi a indicarci che il “paese della cuccagna” è quello che conosce il valore delle piante e con esse convive in forme armoniose. D’altronde, come notò anche Baudelaire negli “Scritti sull’arte”, il verde è il colore della natura e il rosso intona la gloria del verde (o era il contrario?): la linfa vegetale e il sangue dell’uomo sono, tecnicamente, complementari.

Pierluigi Campidoglio

 

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