“Hangover”: i cittadini del mondo mediale, sottoposti all’alcol test retinico, si rivelarono tutti dei beoni, avvezzi a scolare qualche litro di cristalli liquidi a qualunque ora del giorno e della notte. Tutti ebbri d’immagini.

Hangover significa appunto sbornia ed è il titolo della mostra di Giulio Zanet – classe 1984 – al GiaMaArt studio di Vitulano, centro di promozione di prim’ordine per la giovane pittura, nato nell’aprile 2006. «Hangover è quello stato in cui hai delle percezioni non lucidissime ma amplificate», afferma Zanet. Il consumo continuo d’immagini, che pilota quello dei prodotti nonché il consumo della stessa realtà, determina un mondo confuso ma roboante, amplificato dagli echi d’innumerevoli epifanie audiovisive. Si avvicendano velocemente e mai scompaiono, pronte a riaffiorare dall’incessante ronzio multimediale. «La realtà – ha scritto Ivan Quaroni per Zanet – filtrata attraverso il web, diventa così un immenso serbatoio iconografico, un portfolio infinito d’immagini da saccheggiare e reimpiegare nella dimensione analogica del quadro (…) Per questi artisti la prassi compositiva del collage è diventata una condizione paradigmatica, direi ontologica, ma anche uno stato d’animo che riflette la comune difficoltà a costruire rappresentazioni coerenti e non frammentarie della realtà». Difficoltà o fortuna, se la nostra proprio non vuole essere una civiltà della narrazione.

La narrazione è un dispositivo interpretativo e conoscitivo attraverso cui l’uomo conferisce un senso alla disunitarietà dei fenomeni. Un trucchetto attraverso cui ciò che è casuale viene iscritto in una trama causale. «In effetti – rileva Maura Striano – le esperienze umane non rielaborate attraverso il pensiero narrativo non producono conoscenza funzionale al vivere in un contesto socio-culturale ma rimangono, invece, accadimenti ed eventi opachi». Hangover. Un sentire opaco è forse meno vero? Un frammento di realtà perde la sua veridicità se non è inquadrato in una narrazione, inconscia o consapevolmente costruita?

Certo, il libero zapping tra i frammenti delle narrazioni non ci ha assolutamente reso più liberi. Forse ha persino spostato vecchie catene culturali su un piano più profondo. D’altronde chi passa la vita a cammina sulle rovine di un carcere non fa che perpetuare lo spazio virtuale della struttura (altrimenti starebbe camminando su una collina erbosa, e non sulle rovine di un carcere). Automatico e veloce, lo zapping postmoderno non permette una sorvegliata costruzione del senso delle cose, ma un mondo di aguzzini a casaccio continua a imporsi sulla coscienza postumanistica.

«L’interpolazione d’interni architettonici, figure antropomorfe, solidi geometrici, pattern e segni gestuali, nelle tele dell’artista si configura, quindi, come una sorta di nuovo paesaggio contemporaneo, morfologicamente sospeso tra la dimensione psichica e quella mediatica. Ma questa specie di nonluogo, che risucchia iconografie contraddittorie e affastella segni e cromie incongruenti, è forse la metafora più appropriata, e insieme il riflesso più fedele, dello stato confusionale in cui versa la società contemporanea. Zanet sembra riflettere sulla natura ubiqua del presente, sulla sua sostanziale inafferrabilità in termini percettivi, ma anche morali» (Quaroni).

Dove cercare, dunque, un’immagine metabolizzabile del nostro tempo? Quale il luogo dove poter dire una parola sul presente? Hangover: forse un modo per ritrovare il pasto della realtà è frugare tra i brandelli iconografici vomitati dagli artisti. Ai postumi l’ardua sentenza sul nostro tempo.

Alessandro Paolo Lombardo

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