Si possono conquistare terre e genti con fucili e milizie, fiumi di denaro e false promesse, colpi di Stato e canzoni rock, con il carisma di un leader o con le predicazioni dei santi. Diego Armando Maradona l’ha fatto con un pallone da calcio, ma considerarlo soltanto come massima espressione calcistica non restituirebbe a Diego tutto ciò che ha disseminato per il mondo. La sua grandezza di simbolo e riscatto sociale

Maradona era infatti il più grande giocatore di sempre, un leader politico carismatico, un santo venerato come i primi martiri cristiani trucidati dalle autorità imperanti alla stregua di San Gennaro, con il quale, oggi, nei vicoli di Napoli, condivide edicole, altarini e segni della croce. Era una laica trinità in terra, nata dalla parte dei più deboli ma dotata di una forza interiore sconfinata e di un talento che nessuna banconota o barile di petrolio avrebbe potuto conquistare. Maradona era un rivoluzionario prestato al calcio per combattere una guerra senza armi in nome del riscatto del Sud verso il Nord del mondo, dei poveri verso i ricchi, del socialismo contro il capitalismo, degli ultimi contro i primi. «Ci ha spiegato la lotta di classe come Marx non poteva fare chiamando capitano Bruscolotti e portando Burruchaga sulla vetta del mondo… Ha redistribuito Borges a quelli che non l’avrebbero mai letto, rifondato il surrealismo a Fuorigrotta», commenta su facebook il critico Salvatore Setola.

Era il cubano, il boliviano, l’uruguagio, il brasiliano e il venezuelano che ostentava con fierezza la sua indipendenza dall’imperialismo americano, stringendo amicizie e sostenendo i presidenti del Sud del mondo: Chavez, Lula, Castro, Mujica e Morales. Era l’argentino che si rifiutò di stringere la mano insanguinata dei reali inglesi e a cui rifilò il più bel goal della storia del calcio pochi minuti dopo la rete più scorretta di sempre, segnando con tutti i mezzi che la natura gli avesse dato: dai piedi alle mani. Maradona è stato ed è il napoletano che ha dato gioia e riscatto sociale ad un’intera città, suscitando invidia a qualsiasi tifoso dell’avvocato Agnelli, le cui fabbriche brulicavano di emigrati del Sud costretti a lasciare terre e famiglie e a cui infilò goal e ancora goal come conto da pagare di fronte allo spopolamento e all’abbandono.

Maradona era il socialismo contro il capitalismo individualista. Maradona stava dalla parte dei più poveri. Vinceva le sue battaglie a forza di calci, goal e punizioni al limite delle leggi della fisica, disegnava parabole assurde che nessuna barriera umana o ideologica avrebbe potuto ostacolare. Né può e poteva la barriera del moralismo. «Con la morte del pibe – scrive l’attivista Nicola Savoia – scopro un’Italia indignata e scandalizzata dalla coca e dall’evasione fiscale, il che, considerando il volume d’affari delle due attività nel Belpaese, induce allo sghignazzo più sfrenato: così Diego, pure dall’aldilà, continua a mettere in luce le contraddizioni dell’Italia più ipocrita». Una buona occasione per riflettere, commenta il critico Alberto Scotti, sul «disastro antropologico di una (sub)cultura che frammenta e spappola tutto, oltre a rendere eroi, famosi personaggi che non valgono niente, capaci solo di aggregare gente sui social con le più disparate cazzate». Al contrario Maradona, continua Scotti, i simboli uniscono, servono a «farci provare sentimenti comuni, a tenere i piedi sullo stesso terreno». Maradona era un simbolo.

La scelta di giocare all’inizio della sua carriera con il Boca Juniors fu dettata da un sogno coltivato fin da bambino in quella poverissima famiglia argentina dove pranzo e cena erano centellinati ad ogni seduta. Era un povero dotato di superpoteri che aveva scelto di stare sempre con quei popoli a Sud di qualcun altro e che meritavano un riscatto, come Napoli. Una delle città più difficili al mondo che ha accolto il più forte giocatore di sempre come l’eroe di un ciclo epico. Gli altri avevano le industrie? Avevano una macchina amministrativa efficiente? Avevano i soldi, il lavoro e una città sicura? Napoli aveva Maradona. Bastava dire questo per sentirsi risollevati e per infondere nella gente entusiasmo e voglia di riscatto.

“U tenimm nui”. “Tenimm a Maradona”.

Michele Intorcia

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