La pandemia sta consegnando alla politica un’opportunità insperata fino a poco tempo fa, quella di autoassegnarsi una nuova funzione legata al concetto di benevolenza. Secondo questa teoria la nostra società, la maggior parte di essa, è chiamata a riconoscere continuamente la propria condizione di vulnerabilità e demandare ad altri, la parte più forte, la politica, la finanza, le istituzioni religiose, il ruolo di difensori dei deboli. In questo modo, da un lato, la politica si ridefinisce come indispensabile producendo essa stessa una soluzione alla crisi progettuale che l’attanaglia fin dalla caduta del socialismo reale, dall’altro, pone la gran parte della società in una condizione di vulnerabilità e debolezza bisognosa di cura e protezione, bisognosa cioè di benevolenza.

Questo porta con sé un altro concetto molto utilizzato di recente per tacitare ogni forma di rimostranza di fronte a decisioni sempre più restringenti delle libertà individuali e collettive legate all’emergenza sanitaria. Mi riferisco al senso di responsabilità nei confronti dei più vulnerabili e in assoluto di tutti gli altri soggetti con i quali si condividono spazio e tempo. I concetti di “benevolenza” e “senso di responsabilità” stanno stringendo sempre più in una morsa l’autonomia di pensiero e con essa l’autodeterminazione di ogni soggetto come essere pensante e dotato di senso critico, contemporaneamente forniscono nuova linfa vitale alla ragion d’essere delle nuove classi politiche svuotate di identità e progetti e che si muovono rincorrendo i singoli eventi che investono le società in maniera più o meno drammatica. La subalternità di chi è vulnerabile per questioni sanitarie o di altra natura è trasposizione fittiziamente benevolente di quella economica, culturale, sociale di un numero sempre crescente di esseri umani che sono chiamati, in una pretesa ubbidienza incondizionata, ad accondiscendere ed accettare la formalizzazione de facto della loro posizione di svantaggio rispetto ad una elitaria cerchia di eletti che decidono delle sorti dei molti.

Lungi dal ripensare un modello socio-economico che produce disastri senza soluzione di continuità, si sta cercando di rafforzarlo ergendolo ad unica soluzione e possibilità di difesa per il genere umano lì dove invece lo sta spingendo ad una distruzione senza ritorno. Paradossale quanto un sistema rapace, fondato sulla più spietata concorrenza individuale e di gruppo, ispirato all’ homo homini lupus, cerchi ora di ergersi a difesa dei vulnerabili, dei deboli, dei miserabili senza offrire nessuna possibilità di riscatto ma soltanto quella di accettare passivamente di essere “difesi”. Un focus specifico di analisi, lo merita anche la gestione delle restrizioni per le festività natalizie. Negli scorsi mesi la politica e il suo provvisorio braccio armato, costituito da scienziati più o meno falchi e più o meno colombe, si sono prodotti in un mantra paternalistico dai toni rassicuranti e consolatori in merito al sacrificio necessario di socializzazione e contatto per poter poi “lasciare libere” le persone di poter vivere le festività come rito collettivo e condiviso all’insegna della riscoperta dei rapporti umani. Ma d’un tratto, in nome della sicurezza nazionale (quante volte in passato lo abbiamo sentito a proposito di azioni che nella sostanza hanno finito per restringere sensibilmente le nostre libertà), si è assistito ad una repentina virata verso una serrata ancor più rigida proprio in quei giorni che sarebbero dovuti essere restituiti ai rapporti umani e sociali come “premio” per l’ossequioso rispetto delle regole nelle settimane e nei mesi precedenti. Una chiusura, letteralmente tale, motivata ancora una volta dalla benevolenza magnanima di chi si è autoassegnato il ruolo di difensore dei deboli e veicolata attraverso la diffusione nella collettività del precedentemente citato senso di responsabilità. Nella sostanza si tratta di un meccanismo di pensiero e azione che ci priverà ancora una volta dei basilari fondamenti della libertà individuale e che produrrà, lo sta già facendo in realtà, frustrazione e disorientamento dinanzi alla nebulosità non soltanto del presente ma anche del prossimo futuro.

L’auspicio è che il vaccino a queste manovre, sintetizzabile in senso critico e capacità di vedere al di là della coltre di mistificazione di cui tutto è stato ammantato ammantato, possa a breve rigettare queste istanze smascherando i reali intenti di controllo celati dietro la “benevolenza” dei politici (ma non erano tutti dei disonesti fino a un anno fa?) e sventare il funesto tentativo di inaugurare un modello politico basato su un dispotismo illuminato, di fatto un capitalismo ancor più pervasivo e mortifero, che sposterebbe le lancette del tempo politico indietro di centinaia di anni.

Gennaro De Lena
foto Rossella Di Micco

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