In questo tempo di distanze e povertà sociali «anche il mito del bar è caduto». Non il luogo in sé, spiega il musicista Adriano Musto, in arte “Terri.bile”, bensì la vita a tutto tondo che si svolge “Nnanzibar”. Che è, appunto, il titolo di un suo pezzo. «Da quando hanno chiuso questo posto magico – commenta semiserio – ci sono state tolte molte verità»


Il bar, il “magico” mondo descritto in “Nnanzibar“, rappresenta l’ultimo baluardo di difesa verso la deriva desolante delle realtà di provincia. E forse della realtà tout cour. Un crocevia che oltrepassa il semplice punto di ristoro, per divenire fucina di idee, di discorsi politici e momenti ludici, “roba seria” e chiacchiere che celano le verità del nostro tempo. Un’isola felice nel grande mare di desolazione che circonda la nostra terra devastata. «E vedrai che fighe». Adriano Musto, in arte Terri.bile, nasce dalla polvere sollevatasi dal terremoto che colpì l’Irpinia negli anni ’80. Scossa che ha sollevato macerie e tanta rabbia, un terremoto di terribile rabbia e di bile. Come cantautore o, come meglio ama definirsi, «urlAutore sannita della tribù degli irpini», Adriano raccoglie questo urlo e lo restituisce in parole e musica. Un’energia dirompente per curare quella ferita incancrenita e mai sanata.

Una voce blues accompagna i suoi testi all’apparenza semplici, imbevuti di disagio sociale e poesia, dalla “Danza di Mefite” (dedicata alla bellezza che perdura nella potenza misconosciuta della terra irpinia) a “Inverno“, in cui viene stigmatizzata con grande maestria l’ipocrisia e la noncuranza della classe politica e dei cittadini che ne oliano più o meno consapevolmente gli ingranaggi, passandro per “La Battaglia di Gigi Allin“, ispirata al libro “Allegri che tra poco si Muore” di Luigi Capone (fondatore della pagine cult “Irpinia Paranoica“). Il disagio sociale di una generazione è tratteggiato lapidariamente in pochi versi:

«ci sveglia con la voglia di andare a dormire e non si dorme mai. Penso al giro del mondo, che un tempo mi ero promesso di fare ed intanto tra sedie di plastica mosche e campari stiamo aspettando di morire (…) e neanche me ne accorgo e un’altra notte passa bestemmiando, preludio di un altro giorno che comincia vomitando».

L’ultima uscita, “Si Salvi chi può“, composta durante la quarantena, è un attacco al mondo mass-mediatico che si fa altoparlante di «blablatori retorici, poltronistici famelici, politicatori ignobili (…) di un delirio onnipotente». Ostentando e celebrando la mediocrità a tutti i livelli del vivere sociale, i grandi mezzi di comunicazione stanno scommettendo tutto sugli istinti più bassi, pur di sollecitare click, zapping e fare share, rischiando di instupidirci fino a un punto di non ritorno. C’è allora da chiedersi se veramente, per salvarci dallo sfacelo imminente e «per vivere alla grande», non sia meglio passare le giornate «Nnanzibar, vieni annanziibbaaaar».

Vittorio Palmieri

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