Il rovo è una pianta guardata quasi sempre con avversione: munita di spine dure e ricurve, invasiva e capace di danneggiare le colture in mezzo alle quali cresce spontanea diventa, durante i soli mesi di luglio e agosto, una pianta apprezzatissima per i suoi golosi frutti, le more. Ma il suo scopo è rigenerare la natura

La funzione del rovo è importantissima dal punto di vista fitosociologico. Si tratta infatti di una pianta pioniera, che nasce laddove l’uomo abbandona il terreno una volta coltivato, “riconquistando” tale terreno per restituirlo al bosco. In questo senso, è una pianta che ha il compito di riconsegnare alla Natura ciò che l’uomo le ha tolto. Con la sua presenza, infatti, il rovo trasforma la struttura del suolo e ne aumenta la fertilità in modo da “preparare il terreno” (è proprio il caso di dirlo) ai primi abitanti del bosco. Ovvero, in primis, noccioli, olmi e prugnoli, pionieri arbustivi della foresta.

Per svolgere questo compito il rovo non risparmia risorse: è una pianta decisamente “aggressiva”, fortemente “marziana”, che si guadagna spazio sia grazie ai suoi rami lunghi e decisamente spinosi, sia grazie alla dolcezza dei suoi frutti con i quali richiama i piccoli animali che, dopo aver mangiato le more, ne disperdono i numerosi semi facilitando la diffusione della pianta. I suoi rami sono inoltre capaci di mettere radici laddove toccano il suolo e di costruire barriere intricate che non lasciano passare facilmente l’uomo e i grandi animali.

Se consideriamo il bosco l’“integrum” di ogni luogo nel senso della Natura, allora il rovo esercita, con la sua presenza, un’operazione di restitutio che sana il terreno dall’intervento distruttivo dell’uomo. Questa stessa capacità del rovo è evidente anche in ambito terapeutico, in quanto è capace di risanare il “terreno” umano laddove siano presenti alcuni tipi importanti di degradazione “proteica” dei tessuti organici. Ha attività antiemorragica, antidiabetica, leggermente ipoglicemizzante e può essere usato in patologie quali insufficienza respiratoria ostruttiva, bronchite cronica ostruttiva, enfisema polmonare, osteoporosi, osteoartrosi, nefrite interstiziale, aterosclerosi.

È una pianta pressoché interamente commestibile, in quanto possono essere consumati, oltre ai frutti, i giovani getti primaverili e le radici (cotte). Con le foglie si può preparare una saporita bevanda leggermente astringente che può vantaggiosamente sostituire il tè: è antiossidante e non contiene teina.

Insomma, anon rammaricatevi: il rovo non è simbolo di abbandono, se non in una prospettiva umana miope e riduttiva, bensì di ritorno in pompa magna della naturalità della vita. Per dirla da buon cristiano: anche la natura risorge con una corona di spine.

Pierluigi Campidoglio

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