Nelle civilità tradizionali, più inclusive di quanto si possa immaginare, i mostri avevano il loro posto, non di rado in prima fila: si pensi ai gargoyle delle cattedrali e alla folta presenza di demoni nelle rappresentazioni medievali.

Più problematico l’Occidente moderno, che ha scacciato i mostri dal suo campo visivo relegandoli nei luoghi più insidiosi e fuori controllo possibili: l’inconscio e il marketing. Si spiega forse con questa enorme rimozione culturale la grande presa sull’immaginario collettivo che oggi esercita tutto ciò che appare in qualche modo oscuro, tra cui il successo macabro-consumistico di Halloween.

Ma la festa di “All Hallows’ Eve” (ovvero “di tutti gli spiriti sacri”, o “di tutti i Santi”) è di per sé oscura o ha subito, piuttosto, un processo di oscuramento? Nel mondo tradizionale le ricorrenze legate ai morti non hanno carattere triste e funebre ma rappresentano un’occasione di contatto con le proprie radici e di celebrazione dell’esistenza universale, in ossequio all’idea di morte come portatrice di vita (non a caso in alcune regioni d’Italia i morti, nel giorno a loro dedicato, recano doni ai bambini, come quei dolcetti chiamati in Sicilia “ossa dei morti”). In epoche remote, in Europa era percezione comune, dei contadini come dei saggi, che tempo ed eternità fossero solo momenti del moto incessante dell’Orologio cosmico. I movimenti della Luna e delle stelle non si limitavano a scandire i ritmi degli affanni quotidiani ma rivelavano alle menti degli uomini le cose sacre, rendendo le opere e i giorni uno specchio dell’attività celeste. Era altresì percezione comune che, in alcuni momenti dell’anno, il tempo venisse riavvolto su se stesso: la sua durata lineare e gli effetti deleteri sui viventi venivano sospesi o annullati. In quei momenti era concesso agli uomini un assaggio di quello stato aldilà del tempo ordinario in cui la pienezza dell’origine e la bellezza della fine coincidevano. Era questa l’idea che fondava le grandi festività dei calendari pagani dei nostri antenati: i Saturnalia romani come la festa ‘’dei morti’’ di tradizione nordico-celtica Samhain (pronuncia Sauin), conosciuta oggi col nome contemporaneo e inglese di Halloween.

Samhain era fuori dal tempo, oltre lo scorrere delle ore, partecipare ad essa significava ritornare al centro dell’universo, al centro dell’essere, e permanerci insieme con le anime degli Antenati della tribù, e del cosmo intero: dèi e demoni svolgono solo una funzione, non sono buoni o cattivi in se, e qui sta l’“inclusività” delle culture antiche. In una società autenticamente tradizionale, come era quella dei celti, ogni cosa aveva senso nell’economia cosmica del mondo, in cui uomo, natura, spiriti e magia trovavano posto per coesistere pacificamente, arricchendosi e nutrendosi l’un l’altro. Durante il meriggio dell’umanità, purtroppo, tali antiche convinzioni sono state lentamente confuse e dimenticate. Il razionalismo filosofico, la fede cristiana, infine il consumismo contemporaneo hanno occultato l’antica ricorrenza, temporanamente reclusa nella festa cristiana dei santi e dei martiri d’Ogni Santi, (onde «sradicare la superstizione dal popolo», cit. Papa Gregorio III).

Una certa coerenza simbolica ha, inizialmente, garantito l’amalgama. Era centrale, nella tradizione pagana, l’elemento rurale e naturale: finita la stagione dei frutti, il primo novembre costituisce lo spartiacque tra un anno agricolo e un altro e la terra, «che ha accolto i semi del frumento destinati a rinascere in primavera, entra nel periodo del letargo»: una morte apparente che prepara la rinascita, illuminando il simbolismo cristiano del primo novembre, che «celebra la morte di tutti i santi come giorno della loro nascita, dell’assunzione nella comunione divina» (Alfredo Cattabiani). L’apparente dualismo di celebrazioni cristiane e suggestioni pagane si riconcilia dunque nella potenza unificante del simbolo, e nelle parole stesse di Cristo: «In verità, in verità vi dico: se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto». Non a caso Samhain significava, approssimamente, “la fine dell’estate”.

Man mano che la forza della Chiesa si è ridotta, Samhain è tornata paganeggiante, ricostruita dal marketing e da gruppi neopagani o wicca vari che, figli essi stessi della società del consumo e del commercio, si sono prestati (pur nella purezza dell’intento) a creare l’attuale Halloween, ovvero, sostanzialmente, un prodotto del consumismo americano che di sacro non ha purtroppo niente più. Il consumismo, si sa, ama gli spettri terribili e l’allegro rimescolamento di anime incarnate e trapassate, è diventato un appuntamento internazionale con l’orrore, conservando del periodo di convivenza con la Chiesa lo stigma di diabolicità verso tutto ciò che sfugge all’abbraccio ecumenico ma riduttivo della fede cristiana e segnatamente cattolica. E mentre i ragazzini vanno in giro vestiti da fantasmini a chiede i dolcetti, gli spiriti degli Antenati rimangono silenti e non vengono più né visti né uditi dalle famiglie viventi. Siamo soli, in un cosmo troppo vasto e silente.

Alessandro Paolo Lombardo, Giuseppe Esposito
immagine Rossella Di Micco

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