Un impegno poetico per «tappezzare i corpi e le menti di poesia», contro la macchinizzazione della parola, della mente e dell’esistenza umana. Nasce tra rabbia e versi il progetto lanciato da Mazzoni, De Michele e L’Altrelli

«La vita potrebbe essere divisa in tre fasi: Rivoluzione, Riflessione e Televisione. Si comincia con il voler cambiare il mondo e si finisce col cambiare i canali.» La citazione carica di sarcasmo del maestro Luciano De Crescendo ci ricorda come ogni buon proposito finisce in panciolle davanti allo schermo televisivo (o sui social, di questi tempi). Ed è proprio lì, nell’occhio spento rapito da immondizie digitali, che muore la poesia non meno dell’arte nel nostro paese.

Lo sanno bene le organizzatrici di “Versi in rivolta” Francesca De Michele, studiosa di cultura americana e beat generation, Francesca L’Altrelli, pittrice e autrice di “Cronaca di giorni non esistiti“, e Francesca Mazzoni, animatrice del progetto di poesia e musica “Catash“. “Versi in Rivolta” nasce come costola di un progetto più ampio, costretto ancora a uno stato embrionale dalle restrizione sociali imposte dall’emergenza sanitaria, e prende spunto da una famosa elegia, “Howl” (Urlo), del poeta americano Allen Ginsberg:

«Quale sfinge di cemento e alluminio gli ha sfracellato il cranio e gli ha divorato il cervello e l’immaginazione?
 Moloch! Solitudine! Lerciume! Schifezza! Spazzatura e dollari inafferrabili! Bambini che strillano nei sottoscala! Ragazzi che singhiozzano negli eserciti! Vecchi che piangono nei parchi!
 Moloch! Moloch! Incubo di Moloch! Moloch spietato! Moloch mentale! Moloch duro giudice di uomini! Moloch prigione incomprensibile! Moloch galera teschio di morte senz’anima e Congresso di dolori! Moloch i cui edifici sono sentenze! Moloch vasta pietra di guerra! Moloch governi stupefatti! Moloch la cui mente è puro macchinario! Moloch il cui sangue è denaro che scorre! Moloch le cui dita sono dieci eserciti!»

«L’idea – spiegano le organizzatrici – è quella di ri/diffondere la poesia di strada per affrontare con le persone il cambiamento sociale. Un impegno poetico per tappezzare i corpi e le menti di poesia, lasciare tracce di rivoluzione. Rendere la poesia un atto di resistenza dell’anima a tutti gli effetti e con tutte le forze che l’arte possiede.» D’altronde la poesia è tra le arti la più inutile: non è pragmatica ed è persino difficilmente capitalizzabile (provate a vendere un libro di poesie). Petrarca la definiva un’inezia, null’altro che uno svago per far passare la giornata. Allo stesso tempo è la più importante tra tutte. La forma più alta di libertà a cui poter aspirare ed attingere. La scintilla che ci rende umani e che nutre le nostre anime, una scintilla che può – all’occorrenza – capeggiare ed infiammare una rivolta.

Un desiderio di rivoluzione che serpeggia anche nei sentieri dell’entroterra campano per riempire le strade di un’intimità ululata al Caos. La poesia si fa strumento di liberazione di un’intimità (e al contempo di una socialità) soffocata dal bombardamento massmediatico. «Liberate la Poesia o Muore» è il messaggio. Riappropriamoci della poesia, ovvero di una narrazione alternativa alla deriva tecnoburocratica della parola e dell’esistenza, o saranno le nostre anime a soffocare, dispieghiamo le ali tarpate dall’ignoranza e dal servilismo. Quello partito da Benevento è un’urlo che abbiamo sentito e che abbiamo amato.

Vittorio Palmieri

 

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