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Dal non-luogo al non umano: se la deriva del mondo ci fa male siamo ancora sani

La pandemia è l’ultima alleata del capitalismo, ma i processi di precarizzazione e derealizzazione mediatico-digitale avevano già aperto il solco verso esistenze effimere ed evanescenti, prive di concretezza e stabilità. Ovvero di quelle “forze” necessarie a costruire relazioni reali e orizzonti di senso

L’antropologo francese Marc Augé descrive le nostre città contemporanee come insiemi di “non luoghi”, ovvero spazi che non possono definirsi identitari, relazionali o storici. Nasciamo nelle cliniche e moriamo negli ospedali, trascorriamo la maggior parte del nostro tempo durante la nostra vita in punti di transito e occupazioni provvisorie, nei mezzi di trasporto, nei centri commerciali, nelle sale d’attesa, nei supermercati, sulle autostrade, nei treni ad alta velocità. Abbiamo sempre più a che fare con macchine che con individui, impegnati nel commercio muto delle carte di credito, dei distributori automatici, lontani dai vecchi e cari luoghi della socialità. Lontani dai mercati cittadini della domenica e dai posti in cui nasce spontaneamente il “sociale organico”.

La società capitalistica contemporanea impone il diktat dell’individualità solitaria, del provvisorio, dell’effimero e del passeggero. I centri delle città non sono più animati dalle piazze con appuntamenti settimanali commerciali e ludici, mentre il posto privilegiato viene riservato agli itinerari singoli, dove i percorsi umani si sfiorano senza mai incontrarsi, consentendo alla solitudine e all’anonimato di strutturare individualità lontane dal confronto e dallo scambio, dai processi sani e atavici della formazione personale e sociale. Questo fenomeno sta assumendo pieghe sempre più nette, in cui si annidano i germi del fallimento del mondo d’oggi: a causa della mancanza di confronto e scambio reali, infatti, le identità democratiche, il riconoscimento dei valori personali e la partecipazione alla vita pubblica subiscono deviazioni nelle loro genesi e nei loro sviluppi, consegnando al futuro un domani sempre più incerto e una storia sempre meno nitida.

Durante questa pandemia i “non luoghi” hanno pervaso ogni ambito della nostra vita: dal lavoro, alla didattica, al commercio, alla comunicazione interpersonale, fino a coinvolgere le sfere affettive. I computer, i cellulari, le piattaforme sono diventati i nostri unici mezzi per vivere o almeno per fare qualcosa che ci faccia illudere che lo stiamo facendo. Anche alla fine di questa triste pagina della nostra storia, è prevedibile che le impronte dell’attuale decadenza umana e sociale tracceranno il nostro cammino.  Il rischio, la cura, la dedizione non faranno più parte del vocabolario politico e della socialità. Le amicizie, gli amori potranno essere sostituti con un click, come già sta accadendo.

L’individualismo e la provvisorietà saranno il re e la regina di regni effimeri e aleatori, pronti a disintegrarsi alla prima avvisaglia di incertezza, ad essere rimpiazzati da soluzioni alternative che non richiedono impegno né atti di fiducia, in un mondo in cui il sospetto e la precarietà lasceranno vincere gli istinti egoistici e individualistici. Costruire (anche costruire “relazioni”) diventerà sempre di più uno sforzo considerato troppo faticoso da compiere e il rapporto con gli altri perderà i lacci stretti dall’attenzione e dalla dedizione: la vita privata e quella pubblica dei cittadini assumeranno forme sempre più evanescenti e poco concrete e stabili. Si passerà dal “non luogo” al “non umano”, in una forma ancora più estrema e definitiva.

Bisognerebbe ripartire da sé stessi, promettersi di continuare a scrivere lettere, di restare in ascolto, di tornare, appena possibile, ad allenare l’olfatto all’odore della pelle, le mani al contatto con le altre mani e circondarsi solo di chi saprà conservare questa umanità, disposti a sacrificare anche pezzi importanti di cuore. Se questo mondo malato ci fa male, se in questa dimensione ci stiamo ancora stretti, vuol dire che siamo ancora sani, che non è arrivato ancora il tempo di morire.

Emi Martignetti
In copertina: “Vanagloria”, opera di Fabio Corso