Consapevoli di alimentare, nel nostro piccolo, lo stesso circolo vizioso mediatico stigmatizzato di seguito, riteniamo comunque utile alla riflessione proporre questa breve e quasi esaustiva sintesi della questione.

1) D. Perché tutti stanno parlando di Fedez anziché della legittima questione su cui è intervenuto e del suo condivisibile intervento?

R. «Perché quando si vive di immagine, brandizzando la propria esistenza e combinando (peraltro in maniera redditizia) visibilità personale, flussi digitali e sponsor, la realtà passa in secondo piano. In questo senso Fedez appare come un sottoprodotto della pubblicità, un potentissimo generatore di click, e qualsiasi cosa faccia o dica finisce in un circolo mediatico che rientra nella categoria “Sales and marketing” più che in quella dell’arte e, soprattutto, dell’attivismo (più dalla parte degli algoritmi che dei diritti sociali e civili, ma questo è un problema che condivide con buona parte del mondo). Se dobbiamo paragonarlo a un eroe, il termine di confronto sarebbe (anche esteticamente) più con la schiera della Marvel che con quella degli attivisti. In sintesi: non esiste la possibilità che in un circo mediatico così strutturato un personaggio imperniato sulla totale continuità tra vita e pubblicità possa dire o fare qualcosa che non si trasformi in un boomerang di attenzione su di lui, quindi altra visibilità personale (e, indirettamente, altri click, altri sponsor, altri soldi)» (Alessandro Paolo Lombardo).

2) D. Perché Fedez non può diventare un simbolo di sinistra o del Primo Maggio?

R. «Perché al Primo Maggio bisognerebbe alzare l’asticella: la non omofobia è la base, così come il riconoscimento della menomazione cognitiva degli omofobi, leghisti o meno. Ma un vip che fa pubblicità ad Amazon (testa d’ariete di quell’economia digitale che taglia le gambe ai piccoli negozianti, ai negozi fisici e all’economia territoriale) non ci dovrebbe proprio andare alla festa dei lavoratori: se la sinistra non è pure anticapitalista è fuffa» (apl). Per cui «è deprimente che la società ormai si faccia smuovere solo da personaggi che fanno parte di un processo capitalista e mediatico che si alimenta da solo. O veramente ci eravamo svegliati con la convinzione che Fedez fosse il nuovo Che Guevara?» (Emi Martignetti).

3) D. L’ostilità di una parte della vera sinistra per il monologo di Fedez significa che i diritti civili non sono importanti?

R. «No. Significa che ci sono due modi per occuparsene: il primo è usarli come paravento per far sì che non si parli mai dei diritti sociali e il secondo è non disgiungerli mai da questi ultimi. Pertini diceva: lottate per la libertà e per la giustizia sociale, affinché la libertà non si riduca solo a morire di fame. Chi porta avanti le due battaglie insieme è un compagno. Chi non dice mai una parola sui diritti sociali e blatera di diritti civili con addosso gadget di multinazionali non è né un compagno, né una persona coraggiosa. È un servo dei padroni. Si può essere servo dei padroni con la bandierina verde lega o con la bandierina arcobaleno, ma la sostanza è quella» (Alberto Scotti).

4) D. Qual è il risultato reale delle parole di Fedez?

R. «Che il giorno dopo la Festa dei Lavoratori più deprimente dal Dopoguerra non siamo qui a parlare dei rider sfruttati, di braccianti uccisi, del disastroso tasso occupazionale bensì di Fedez e delle vergognose baronie rai, dell’eroe con cui o contro cui schierarsi, della linea gotica mediatica dietro la quale tocca sceglierci la parte. Se avesse optato per un’altra chiave comunicativa, Fedez avrebbe potuto integrare il tema della discriminazione delle minoranze LGBT in un discorso sui diritti sociali (uno su tutti: perché nella nostra società sembra che l’unico lavoro accessibile a una persona transessuale sia la prostituzione?), invece ha scelto – sull’assist del comportamento ignobile della rai – il guado, la divisione, i buoni contro i cattivi» (Salvatore Setola).

5) D. Fedez è un rapper?

R. «C’è da chiarire come si faccia a definire rapper uno che non sa parlare due minuti senza leggere un testo scritto. E forse questa è l’unica questione veramente da sciogliere. Perché se non è una sceneggiata questa, io non ho mai visto sceneggiate» (Nicola Savoia).

BONUS TRACK: D. Una festa dei lavoratori pagata da Eni e Intesa Sanpaolo è credibile?

R. «Sì, ma solo nell’ottica del panem et circenses. La lotta sta su un altro pianeta» (ns). (Vedi anche “La parabola della Cgil dall’internazionalismo alla multinazionale…”, da Contropiano)

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