“Not for Sale” è una serie di installazioni realizzate con bambù e acrilico da tre artisti di Ubud per rivendicare che l’anima del paradiso equatoriale non è in vendita: uno spunto per riflettere sui nostri destini a prezzo di saldo nel b&b dell’Occidente. Riflessione dell’antropologo sannita Aldo Colucciello

«Nessuna civiltà può pensare se stessa, se non dispone di altre civiltà che servano da termine di comparazione», scriveva Claude Lévi-Strauss nel 1956. Una verità incontrastabile che vale persino per la sfera personale (in cui ogni individuo ha bisogno dell’“altro” per “identificarsi”) e che ci permette di riflettere sui nostri destini in vendita a partire da un movimento di Bali. Not for Sale” è una serie di installazioni all’aperto realizzate con bambù e acrilico da tre importanti artisti di Ubud, cittadina indonesiana di 30.000 abitanti e cuore artistico dell’isola di Bali. Con le loro creazioni gli artisti Gede Suanda Sayur, I Wayan Sudarna Putra e Pande Putu Setiawan lanciano una dichiarazione d’amore per la loro bellissima ma semplice isola, rivendicando che l’anima e l’orgoglio del paradiso non sono in vendita.

Il contesto balinese, in cui si situa il movimento “Not for Sale” (da non confondere con l’omonima organizzazione internazionale no profit che lavora per abolire le nuove schiavitù e il traffico di esseri umani), ha subito un forte incremento turistico prodotto dalla ricerca dell’esotico nel secondo dopoguerra. Frotte di turisti si sono riversate sulle spiagge oniriche dell’isola equatoriale innescando il solito processo di cementificazione. Molti contadini, allettati da offerte di denaro, hanno cominciato a vendere il proprio terreno a grosse catene di resorts e villaggi turistici e non di rado le compagnie straniere hanno abbandonato i loro progetti lasciando i contadini senza le promesse di benessere e senza la possibilità di ricomprare la propria terra, il cui valore di mercato era lievitato enormemente. Si è creata così una generazione di lavoratori della terra senza terra, con tutte le conseguenze economiche e sociali del caso, e persino i ritmi della natura che scandivano il tempo sono rimasti stravolti. Un disastro per una società fortemente legata ai cicli della terra, con un’economia (che in qualche modo ancora sopravvive) fatta di allevamento e agricoltura che basava la sua continuità sulla celebrazione di riti e festività legate al mondo della natura. Un mondo con cui, va da sé, non può che stridere il comportamento di turisti di passaggio, poco attenti ai paesi e alle culture che si vanno a “visitare”. Gli ultimi “invasori” sono i nuovi ricchi dell’Ex Unione sovietica, il cui numero è in crescita, e che hanno preso di mira anche la bella e selvaggia Mongolia.

Così un artista ribelle traccia un solco nella risaia, e quella la linea diventa un omaggio ai contadini, alle tradizioni, ai ricordi di una semplicità che si sta perdendo. Come studioso, ho sempre immaginato come un paradiso l’isola di Bali, per l’esotismo della terra lontana e totalmente altra, per il ricordo delle ricerche antropologiche del passato in un’isola che ha mantenuto la sua deriva induista in un contesto totalmente islamizzato, dando vita a un connubio particolare che dobbiamo chiamare come “balinismo”. Ma il paradiso nasconde qualcosa di triste e forse Bali va amata in maniera diversa. La prima volta che ho sentito la frase «Bali non è in vendita», il pensiero è volato a investitori senza scrupoli e multinazionali. Ma nella stessa frase era contenuto il seme di speranza lanciato da persone non disposte a scambiare la dignità con il denaro in un tempo dominato da logiche di profitto, da un movimento artistico impegnato per la salvaguardia della natura in un mondo dell’arte le cui spropositate speculazioni finiscono spesso per rappresentare la soppressione di ogni reale valore all’interno dei giochi d’azzardo finanziari.

Gede Suanda Sayur si può considerare il fondatore del movimento “Not for Sale” e sa benissimo che non è tutto oro quello che luccica. Gede è nato sull’isola di Bali e dopo i suoi studi a Yogyakarta (popolosa città nell’isola di Giava) ha scelto di tornare a stare ad Ubud, nelle risaie. Una scelta che rende “differente” la sua arte da quella di molti artisti balinesi immersi nel mercato dell’arte e in fuga dall’isola. «Una volta, fino a pochi anni fa in verità, qui attorno non c’era nemmeno una villa – ha raccontato – ma da qualche anno a questa parte, guidati dal miraggio dei lussi in “western style”, molti balinesi hanno venduto la propria terra ai “bulè”, gli stranieri, che hanno costruito le loro case nel nostro mondo». I suoi dipinti più apprezzati sono quelli che hanno un sapore ironico che sfocia nel comico. Rappresenta satiricamente un maiale che gira sull’arrosto, il maiale nero tipico di Bali: quindi è Bali stessa che va al fuoco (un fuoco stilizzato che rielabora il significato induista) e i balinesi si stanno “arrostendo da soli”. Anche I Wayan Sudarna Putra ha studiato a Yogyakarta, dove vive e lavora. Ha partecipato a numerose mostre a Java e Bali e sebbene sia principalmente un pittore, realizza anche pezzi di scultura e installazioni. Forza motrice della sua creatività è uno spirito giocoso che dà un nuovo significato alle visioni comuni spostando il contesto della logica e distorcendole. E’ una dimensione critica caricaturale che pungola la gerarchia del potere, lo stile di vita edonistico-borghese-materialista e le norme comuni legate alle identità culturali.

L’esperienza balinese ha dei tratti in comune con quello che succedendo in molti “host” nei centri storici delle città italiane, che si ritrovano trasformate in scenografie e cartoline da vendere al turismo veloce. Concordiamo che lo slogan di Airbnb di «viaggiare sentendoti a casa tua» è parossistico perché lo scopo del viaggio sta nella scoperta e non nell’esportazione della propria comfort-zone (egotica comodità che oggi gira per il mondo anche attraverso smartphone e dispositivi mobili in grado di accendere i termosifoni a casa a Newyork da Singapore). Questo non avviene solo in Italia e solo nei centri storici, ma anche nei quartieri semi-periferici delle città, e “Airbnb” non è l’unico imputato nel processo della gentrificazione delle città. Gli strumenti più vari di affastellamento finanziario amplificano la deriva verso “città di case senza gente e di gente senza casa”.

Da anni anche l’entroterra campano rivendica una spiccata vocazione turistica. Un dato di fatto, legato all’abbondanza di storia, beni culturali, contesti naturali e tradizioni. Ultimamente si guarda con interesse alla formula degli alberghi diffusi, che potrebbero essere la soluzione per portare micro-economia in centri storici disabitati senza depauperarne il valore tradizionale. Ma i reclami istituzionali, spesso retorici e generici, sembrano ignorare che il turismo può in certi casi rappresentare il colpo di grazia ai territori, se non è circoscritto in un più generale percorso di rigenerazione socioculturale e ambientale. Mentre scriviamo, un pezzo di terra rimasto sorprendentemente libero, nella zona più cementificata di Benevento, viene coperto di altro cemento in attesa della grande sorpresa natalizia: un Macdonald, qui come a Roma, a Firenze e a Venezia. I turisti lo ameranno, tra un bicchiere di aglianico con note di cocacola e un giro sulla scopa della strega di Halloween, nota festività longobarda. Ma io resto legato alla dignità di chi è “Not for Sale” e ripenso a Marc Augé e al suo dilemma: «Bisogna capire se siamo di fronte a un mondo di rovine o a un mondo di macerie».

Aldo Colucciello

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