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La Canapa, dal passato rimosso al “Futuro Remoto”…

Parla Michele Castaldo, vice presidente dell’associazione “Assocanapa” che quest’anno curerà l’allestimento della fiera “Futuro Remoto“, festival della scienza arrivato oramai alla 35° edizione, in programma dal 23 novembre al 3 dicembre nella “Città della Scienza” di Napoli. E la canapa sarà protagonista del festival…

La canapa, tra pregiudizi e falsi miti, è una delle piante più versatili in svariati ambiti. Dall’alimentazione all’edilizia, la canapa ha tantissimo da offrire, rappresentando una reale alternativa ecologica per migliorare la qualità delle nostre vite e ridurne l’impatto ambientale. Utilizzata fino agli anni ’30 del secolo scorso, la canapa ha subito una sorta di bando e una vera e propria “damnatio memoriae” per motivi prettamente economici e industriali. Fino all’attuale riscoperta. In occasione della Fiera abbiamo raccolto le dichiarazione di Michele Castaldo, vice presidente dell’Associazione Assocanapa, incaricata quest’anno dell’allestimento della fiera.

Il tema della mostra è la transizione ecologica. La canapa può rappresentare un punto focale nel processo di transizione verso un’economia più sostenibile sia al livello economico che sociale?

Il cambiamento climatico è una realtà di dimensioni mondiali e la portata e la velocità del cambiamento sono sempre più evidenti. La coltivazione della canapa è in grado di mitigare il cambiamento climatico in atto intervenendo con efficacia sui fattori che lo determinano. Una risorsa rinnovabile si dice anche “sostenibile”, se il tasso di riproduzione della medesima è uguale o superiore a quello di utilizzo. Tale concetto implica la necessità di un uso razionale delle risorse rinnovabili; l’acqua e le foreste sono risorse rinnovabili utilizzate, ormai, in maniera insostenibile. La filiera della canapa è un eccellente esempio di economia circolare, una filiera sostenibile dal punto di vista ambientale, sociale ed economico.

La canapa risana l’ambiente durante la sua coltivazione per le seguenti ragioni: non necessita di concimanti, diserbanti e trattamenti fitosanitari e per questo preservai suoli, l’aria e la falda acquifera dalla contaminazione di sostanze chimiche; non necessita di apporti irrigui, consentendo la messa a riserva della già critica risorsa idrica in agricoltura, e riducendo anche i relativi consumi energetici e conseguenti emissioni legate alle operazioni di irrigazione. Si noti che per una coltura come il mais, sono richiesti, al contrario, circa 6000 metri cubi di acqua per ettaro; non necessita di lavorazioni in campo durante la sua crescita, come accade per le altre colture, e per questo non necessita dell’uso dei mezzi agricoli ed il conseguente consumo di carburanti di origine fossile e relative emissioni.

La facilità della coltura contribuisce al recupero dei suoli dismessi preservandoli dalla erosione eolica e idrica, dalla desertificazione e dall’abbandono di rifiuti; migliora i suoli, grazie alla sua natura fittonante, l’apparato radicale recupera nutrienti e sostanze azotate fino a 2 metri di profondità che vengono rilasciati in superficie attraverso la cadute delle foglie, in questo modo migliora la fertilità dei suoli anche a beneficio delle colture successive; la sua enorme massa (80 tonnellate di massa verde per ettaro) offre notevoli benefici per le capacità di aereofiltrazione e produzione di ossigeno; contrasta la deforestazione. La sua resa di oltre 12 tonnellate di sostanza secca per ettaro ottenute in soli cinque mesi equivalenti alla resa di un ettaro di bosco ottenibile in cinque anni; si inserisce utilmente nella rotazione agraria, a differenze delle Short Rotation Forestry (SRF) che avendo cicli poliennali sottraggono i suoli alle colture food impedendone l’alternanza. Inoltre, le SRF richiedono molte energie per il loro mantenimento come interventi meccanici, idrici, diserbanti e fitosanitari. Interventi che rappresentano un consistente dispendio energetico contribuiscono ad avvelenare l’aria, il suolo e falda per tutta la durata del loro ciclo colturale.

Quali prodotti si posso ottenere dalla canapa e come la loro produzione ed il loro uso possono risanare l’ambiente?

La canapa può essere utilizzata in diversi ambiti economici per produrre diversi oggetti, anche di uso quotidiano:
Prodotti tessili: il tessuto di canapa ha un notevole potere di assorbimento e dispersione dell’umidità. Essendo una fibra cava, si caratterizza per un effetto termostatico che permette di sviluppare una sorta di “coibenza naturale”. Oltre a ciò, il suo utilizzo riduce l’uso di fibre non ecosostenibili;
Prodotti edili, grazie alle sue proprietà di isolanza termica e acustica è la materia organica capace di sostituire quelle di origine fossile come lana di roccia, lana di vetro, polistirolo e compositi plastici con prestazioni anche superiori senza richiedere alte temperature di fusione e conseguenti emissioni. La fibra e il canapulo sono un eccellente materia prima per la produzione di mattoni, malte, cappotti termici e materiali cementizi innovativi. Prodotti necessari per il risparmio energetico nel condizionamento di abitazioni civili e luoghi di lavoro;
Automotive, come da obiettivi e targets approvati dalle Nazioni Unite, note case automobilistiche usano fibra di canapa e canapulo per le note proprietà di isolanza termica ed acustica nei vani motori e negli abitacoli delle autovetture;
Alimentare, con principi nutraceutici rari da trovare negli alimenti in maniera naturale, i semi di canapa, considerati un alimento completo dal punto di vista proteico, contengono grandi quantità di acidi grassi essenziali di tipo omega 3 e omega 6;
Carta, la fibra di canapa contiene circa il 70% di cellulosa e solo una bassa percentuale di lignina tanto da non richiedere l’uso di acidi, inoltre, la fibra e il canapulo della canapa sono già di colore bianco e si evita l’uso dei composti chimici attualmente utilizzati per sbiancare la carta ottenuta dalla fibra di legno;
Biopolimeri, in sostituzione delle plastiche ottenute da materie prime di origine fossile.

La CO2 catturata dalla pianta in fase di crescita rimane sequestrata nei materiali compositi come calce e/o cemento (circa 400 kg di CO2 per tonnellata di sostanza secca utilizzata). La canapa e i prodotti derivati risanano l’ambiente anche dopo la loro fine vita:
Per l’agricoltura: a fine vita del ciclo vegetativo i suoli, arricchiti dalle migliorie apportate dalla canapa, saranno disponibili alla naturale rotazione agraria a beneficio delle colture food che richiederanno un uso ridotto di concimanti e diserbanti;
Per l’ambiente: a fine vita di tutti i prodotti ottenuti dalla canapa, essendo di origine organica, essi non si configureranno come rifiuti da avviare allo smaltimento in discarica bensì rappresenteranno una preziosa materia prima seconda da avviare in nuovi processi di recupero e trasformazione.

La filiera della canapa per la produzione di beni riduce, a monte, gli sprechi di risorse rinnovabili e l’utilizzo dei materiali di origine fossile. Permette, a valle, il recupero dei beni dismessi e la loro reintroduzione nel sistema economico. Questi due aspetti sono essenziali in un economia circolare di cui necessitiamo per riconnettere l’uomo con la natura.

La cultura della canapa, nel nostro paese, è ancora legata a vecchi stereotipi anche se si presta ad usi molteplici. Quanto c’è di vero in questa affermazione? Esiste un mercato della canapa in Italia o è un prodotto che viene più apprezzato oltre confine?

Se da una parte ci sono ancora pregiudizi legati a vecchi stereotipi (ma poco rispetto ai primi anni 2000), la difficoltà maggiore che esiste ancora è la mancata  conoscenza delle peculiarità della coltura e dei suoi usi. Al momento possiamo affermare che oltre confine, in paesi come Francia e Germania, la canapa viene meglio apprezzata e utilizzata.

a cura di Vittorio Palmieri