È la seconda volta che telefono, dalla classe della scuola media di Portoferraio, al poeta elbano Manrico Murzi; l’ultima capitò quattro anni fa. Era presente quel giorno, in una terza, un collega, nonché pianista di Livorno; tra l’altro lui e il maestro Manrico erano accomunati da un vissuto non comune, ovvero l’aver girato il mondo in nave, l’uno come commissario di bordo, l’altro come musicista sulle navi da crociera.
In quell’occasione, lo ricordo ancora, gli chiedemmo quale fosse stata una delle sue esperienze più indelebili. Ci rispose ‘i delfini in India’: una mattina, al risveglio, li vide dal ponte della nave. Fu quella una delle meraviglie che conserva nel ricordo e che ha impresso nei suoi versi. L’altro ieri, come da consuetudine, ci ha risposto dalla sua casa di Genova.
Oggi ha 96 anni, la voce è flebile, ma l’animo e la potenza evocativa sono sempre lì. Gli abbiamo chiesto diverse cose; più che altro volevo permettere ai miei alunni di conoscerlo, di incontrare un poeta importante e vivente della loro terra, perché sono «beati quei luoghi in cui nasce un poeta».
La poesia I Fiumi, letta pochi giorni fa, è stata la corrente che ci ha condotto a Giuseppe Ungaretti, con il quale il poeta Manrico ha lavorato e collaborato per otto anni presso la Scuola di Ungaretti. Entrambi sono figli di fornai, entrambi sanno spingere la voce al massimo del lirismo nella lettura poetica.
Le voci dei muezzin provenienti da minareti di Alessandria d’Egitto, luogo di nascita di Ungaretti, incaricati di salmodiare cinque volte tra notte e giorno il richiamo adhān, sono state la scintilla dell’illuminazione poetica. È stato lo stesso Ungaretti a raccontarlo a Manrico Murzi; nell’impostazione della recitazione poetica di uno dei padri dell’Ermetismo c’è l’influenza delle evoluzioni vocali islamiche.
Il secondo argomento del nostro colloquio telefonico, insieme alle alunne e gli alunni della 3D, è stato l’amicizia con l’amico e poeta di Portoferraio, Giulio Caprilli, morto prematuramente a trent’anni. La sua memoria, preservata tra scritti e testimonianze, è stata consegnata dalla famiglia all’amico Manrico Murzi per poi essere pubblicata nel libro Questo mare non finirà di urlare, a cura dello stesso scrittore di Marciana Marina.
Ho chiesto al maestro Manrico di raccontarci alcuni episodi di gioventù tra lui e Giulio. Il più bello che ricorda fu sicuramente quello di Firenze. Avevano “fatto serata”, come si direbbe oggi, e la scena notturna, a un certo punto, si presentò così: il maestro Manrico sul tetto di un’edicola che recitava l’Iliade in greco a memoria e Giulio di sotto. Arrivò la polizia, non si sa bene se anche per qualche altra bravata, e finirono in “gattabuia”. Fu un loro amico fiorentino di nobile lignaggio ad aiutarli a uscire dalle sbarre. Frequentavano, negli anni ’40 del Novecento, il liceo classico “Raffaello Foresi” di Portoferraio.
Un giorno, durante lo studio dell’Eneide in classe alla presenza del docente, strapparono l’opera di Virgilio in segno di protesta e furono sospesi. Manrico Murzi rientrò prima; Giulio Caprilli ebbe qualche problema in più, probabilmente per l’orientamento politico familiare, socialista e anarchico. Il poema epico di Virgilio, opera celebrativa dell’imperatore Augusto e del potere di Roma, aveva sicuramente urtato lo spirito libero, ribelle e disinteressato dei due giovani poeti e la loro idea dei “versi in libertà”. Entrambi meriterebbero un angolo nella letteratura scolastica, una collocazione nella poesia dei mari e degli arcipelaghi, un posto e un luogo fisico che ricordi ai marinesi e ai portoferraiesi la loro poetica e sensibilità.
Michele Intorcia


