Scritto e cantata in una lingua inventata, “Lyrell Eldah” di Athena Maryam intreccia sonorità tradizionali arcaiche e suggestioni fantasy con una vocalità tellurica e il richiamo mistico dei riti equinoziali. Il risultato è un brano di un respiro universale e senza tempo, un rito sonoro di luce sulla soglia dell’oscurità, un canto propiziatorio per ogni autunno dell’anima
La terra: i bordoni profondi e le percussioni bassi e lontane. Un’ombra di frequenze medie-scure e risonanze metalliche. Un tappeto armonico sospeso, come la penombra di un sottobosco, l’oscurità dell’autunno incipiente. La voce di Athena Maryam irrompe come un fascio di luce nel bosco al tramonto, canto del cigno dell’estate morente e simbolo di emersione, promessa del solstizio certo. Il brano cambia “densità”. In una delicatissimo equilibrio tra materia e aria, coincidenza sonora degli opposti di ispirazione veramente equinoziale, il registro vocale di Athena spezza la penombra acustica e porta un’energia ascensionale. «Che il legame tra la terra e il seme / sia avvolto e intrecciato / Che in me sia ricordato.» E’ una preghiera per il seme sepolto, rivolta alla terra e alla «sorella senza forma», la linfa che scorre invisibile sotto la superficie, mentre le radici serbano e preparano la vita sottoterra, al riparo dall’inverno: «Non temo l’oscurità della cecità. / Che il fuoco dei riti di fine estate sia attraversato».
La musica come rito semantico e simbolo preverbale
Esistono sentieri in cui la musica si rivela ancora come rito piuttosto che intrattenimento. E’ su questa strada che si muove la cantante greco-campana Athena Maryam con il suo progetto musicale “Thorayavaaj”, nome della lingua sacra inventata in cui è scritto “Lyrell Eldah”. Un progetto sospeso tra fantasy e trascendenza, tra la memoria dei riti antichi e la ricerca di un divino interiore. La voce sembra discendere da un tempo primordiale, da un altrove che precede la parola. Il pensiero va alle lingue partorite da Tolkien per dare voce alle prime età del mondo, ma anche alla metasemantica di Fosco Maraini, studiata a fondo ed esplorata personalmente dalla cantante nelle sue poesie, in via di pubblicazione dalla casa editrice campana specializzata in poesia “Introterra”. Il “Thorayavaaj” di Maryam intreccia sanscrito, inglese medievale e latino arcaico per creare una vibrazione che risuona oltre il piano razionale.
Il concept narrativo
Il progetto musicale “Thorayavaaj” è un percorso sia musicale che narrativo. E’ infatti incentrato su una storia e sul personaggio di Thoraya, ovvero «una donna mistica e di medicina che assieme ad altri Yeddroh – ossia altri esseri umani coinvolti nella pratica
mistica e/o rituale – celebra il ciclo ed il culmine delle energie del Creato, mosse dal suo Principio Creatore, Tho». Un concept narrativo (clicca per leggere integralmente) riconducibile al genere fantasy e che si rifà al folklore europeo e più in generale euroasiatico, prendendo ispirazione dai paesaggi, dai miti e dalle suggestioni religiose e culturali delle popolazioni celtiche, norrene e italiche. Serva del Principio Creatore, Tho (“soffio” primordiale) ha il compito – con la sua voce – di difendere nel tempo e nello spazio le «armonie universali, sfidando le dinamiche distruttive del progresso e del denaro» e combattendo le frequenze di dissonanti che alterano e stressano il battito della vita. «Il concept – racconta Athena – è anche il frutto di un percorso spirituale e della mia fede personale, oltre che di studi etnomusicologici e musicoterapici.»
La voce come “soglia”
L’uso di un linguaggio proprio, costruito sul suono e l’emozione, e della voce come strumento spirituale più che melodico evoca Lisa Gerrard e l’ascetismo sonoro dei “Dead Can Dance”. Alla ricerca di riferimenti, oltre a brani tradizionali e canti rituali indoeuropei, si può pensare al gruppo bulgaro “Irfan”, che mescola musica etno-folk e new age dietro un nome arabo/persiano che significa “conoscenza mistica”. Nel ritmo quasi liturgico del brano di Maryam c’è la solennità dei canti bizantini e mediorientali, la malinconia del folk nordico (viene da pensare a Eivor e Wardruna), ma anche la libertà del minimalismo sacro contemporaneo. Il sacro non viene narrato ma ricreato attraverso il suono, la risonanza, una cadenza quasi “respirata” e un fuoco che «si leva nella grazia di Ualm, di Khahuur, di Vardhaur». Non importa capire, importa sentire. I riferimenti possibili sono tanti, e non è detto che facciano tutti parte degli orizzonti della musicista campana, che sembra attingere questo universo di suggestioni direttamente alla fonte, attraverso la pratica Sufi.
“Passaggio” e “memoria sonora”
La musica di Athena Maryam si fa e vuole farsi “dhikr”, memoria sonora del divino: come nel Sufismo, il canto non serve a raccontare, ma a ricordare la Presenza attraverso il suono e il respiro. La voce diventa ripetizione sacra che dissolve l’io e apre alla luce. È un canto che non appartiene a un luogo, ma a una condizione dell’essere: quella del passaggio, dell’equilibrio fragile tra luce e ombra, tra sparizione e ritorno. Nella battaglia cosmica tra giorno e notte, quando il buio sfida il sole, la musica è ricordo della luce, ma anche il modo in cui l’universo si ricorda di sé.
Alessandro Paolo Lombardo
Il videoclip è stato girato a Roscigno Vecchia
Singer and songwriter: Athena Maryam
Videomaker: Luigi Manzo
Special guest: Nigel Lembo
Music Production: Gabriele Quaranta


