Anni Sessanta e Settanta: c’è chi corre verso lo spazio e chi lotta per la propria terra. Mentre le superpotenze si contendono il futuro tra missili, Luna e Guerra Fredda, il resto del mondo si ribella al colonialismo, riempie le piazze con il Sessantotto e Woodstock. Attraversa rivoluzioni, dittature, terrorismo, strategie della tensione. Reclama il proprio corpo e conquista nuovi diritti, mentre il neoliberismo prepara una nuova stagione di disuguaglianze, privatizzazioni e concentrazione del potere economico. Una nuova aggressione agli individui e ai popoli
Negli anni ’60 in Italia e negli altri Paesi occidentali continua il boom economico e demografico. È di grande importanza la scoperta del vaccino contro la poliomielite da parte del medico polacco Albert Sabin: Sabin non brevetta la scoperta, rinunciando ai relativi guadagni, «come regalo a tutti i bambini del mondo».
Una potente spinta alle innovazioni tecnologiche viene dalla cosiddetta “corsa allo spazio”, nuova occasione di competizione tra le due superpotenze. Sono russi il primo satellite (Sputnik), il primo uomo e la prima donna nello spazio (Yuri Gagarin, Valentina Tereshkova). Ma nel 1969 gli statunitensi Neil Armstrong ed Edwin Aldrin mettono per primi piede sulla Luna, per giunta in diretta televisiva. La televisione è, infatti, il nuovo mezzo di comunicazione di massa più potente e pervasivo. Il suo graduale ingresso nelle case trasforma profondamente società, cultura e politica.
Mentre le superpotenze competono per “lo spazio”, c’è chi lotta per la propria terra. Il 1960 è ricordato come “Anno dell’Africa”: ben 17 Paesi africani ottengono l’indipendenza, spesso al prezzo di rivolte e repressioni sanguinose. È il simbolo della decolonizzazione e della nascita del cosiddetto “Terzo Mondo”, che diventa però terreno del cosiddetto “neocolonialismo”, ovvero di nuove forme di ingerenza economica e politica, volte a un asservimento non più basato sull’occupazione militare diretta.
La crisi missilistica cubana e la “distensione” tra Stati Uniti e Unione Sovietica
Nel 1953 muore Stalin e sale al potere in URSS Nikita Chruscev, che denuncia i crimini del suo predecessore e avvia una graduale “destalinizzazione”, ridimensionando il sistema dei gulag. Inizia così un nuovo capitolo della guerra fredda: Chruscev e il nuovo presidente americano John Fitzgerald Kennedy sono i protagonisti della cosiddetta “distensione” nei rapporti tra le due superpotenze. In questo clima irrompe però la crisi missilistica cubana del 1962.
Cuba è un’isola che si trova a sud della Florida, a circa 150 km dalle sue coste. Qui, Fidel Castro e il leggendario Ernesto Che Guevara mettono fine a una dittatura filostatunitense, chiedendo poi la protezione dell’Unione Sovietica. Per gli USA la realizzazione di basi missilistiche sovietiche a Cuba è inaccettabile: dal punto di vista statunitense, i Paesi del Centroamerica e del Sudamerica sono sostanzialmente il loro “giardino di casa” (evoluzione della “dottrina Monroe”). In pratica, il mondo si trova vicinissimo alla prospettiva di un nuovo conflitto armato.
A scongiurare la catastrofe nucleare è un compromesso tra i due leader: sostanzialmente, l’URSS ritira i missili da Cuba, mentre gli USA si impegnano a non invadere l’isola e ritirano segretamente i propri missili dalla Turchia (missili che si scoprirà poi essere obsoleti e già destinati al ritiro). Nonostante questo successo diplomatico, i due leader escono di scena poco dopo la crisi cubana: il 22 novembre 1963 Kennedy viene assassinato pubblicamente a Dallas in Texas; Chruscev viene invece messo da parte dal PCUS (Partito Comunista dell’Unione Sovietica). Importanti, in occasione della crisi missilistica, anche gli appelli alla pace di papa Giovanni XXIII, detto il Papa “Buono”, promotore di un forte rinnovamento della Chiesa attraverso il Concilio Vaticano II.
La guerra in Vietnam e il Sessantotto
Sin dagli anni Cinquanta gli Stati Uniti sono impegnati nella Guerra del Vietnam (1955-1975) a sostegno del governo filoamericano del Vietnam del Sud (una guerra nota nella storiografia vietnamita come “Guerra di resistenza contro gli Stati Uniti” e che rientra anche, in qualche modo, nel capitolo della decolonizzazione). Dopo un iniziale supporto indiretto, negli anni Sessanta quello americano diventa un intervento militare vero e proprio, con oltre 50.000 soldati americani morti e 300.000 feriti. Le perdite tra i vietnamiti, tra combattenti e civili, sono stimate tra uno e tre milioni.
Nonostante questo bagno di sangue, gli Stati Uniti non riescono a riportare vittorie decisive. I Vietcong comunisti (sostenuti indirettamente da Unione Sovietica e Cina attraverso soldi, armi e addestramento) mettono in seria difficoltà gli americani con azioni di guerriglia, in quello che per gli americani è un territorio sconosciuto e pieno di insidie. Nel 1973 viene firmato un armistizio e due anni dopo i Vietcong entrano nella capitale del Vietnam del Sud, Saigon: nonostante l’enorme impegno di uomini e mezzi, gli Stati Uniti incassano una cocente sconfitta.
Tra vittime civili e atrocità, il colpo per gli USA è anche sul piano dell’immagine internazionale e dell’opinione pubblica occidentale. Per la prima volta, le immagini della guerra entrano quotidianamente nelle case attraverso la televisione e l’intervento americano viene considerato ingiusto da ampie fette della popolazione, dando vita a imponenti manifestazioni pacifiste, che si intrecciano con i movimenti di protesta giovanile del Sessantotto.
Le manifestazioni contro la guerra in Vietnam e la “controcultura”
La contestazione del militarismo imperialista americano è uno degli elementi cardine dell’ondata di contestazioni che interessano la società statunitense negli anni Sessanta. In particolare, il movimento degli “hippie” promuove una controcultura che rifiuta ogni forma di militarismo e la società stessa dei consumi, anche in senso ecologista: tra gli slogan più celebri ci sono Put flowers in your guns (“Mettete dei fiori nei vostri cannoni”) e Make love, not war (“Fate l’amore, non la guerra”). È anche una rivolta “generazionale”, di figli che contestano i modelli morali e sociali dei padri, adottando uno stile anticonformista che salta agli occhi sin dal look. Rifiutando i parametri della società capitalista, i “figli dei fiori” (sinonimo di “hippie”) si uniscono in comunità alternative più o meno stabili perseguendo uno stile di vita creativo e indipendente, ispirato al libero amore e alla sperimentazione di droghe psichedeliche come forma di evasione e contestazione. Ma il principale strumento di espressione della protesta giovanile diventa la musica rock (non senza qualche ambiguità legata agli interessi delle case discografiche). Evento simbolo del movimento è il Festival di Woodstock del 1969, che attira, per «3 days of peace & rock music», oltre 400.000 partecipanti e artisti come Jimi Hendrix, Janis Joplin, The Who, Santana (grandi assenti per ragioni diverse i Beatles, già sostanzialmente separati, i Doors, i Rolling Stones…).
Negli stessi anni prende forza negli Stati Uniti il movimento per i diritti civili dei neri, guidato da Martin Luther King (pastore protestante ispirato dalle lotte non violente di Gandhi), che si batte contro le discriminazioni culturali ed economiche degli afroamericani in un contesto di perdurante segregazione razziale. La forza del movimento spinge Kennedy e il suo successore ad abrogare le leggi segregazioniste nelle aree del Paese ancora interessate che prevedevano, ad esempio, scuole, pullman, ristoranti e bagni pubblici separati per bianchi e per neri, con servizi migliori e più finanziati per i bianchi e peggiori per i neri. Sono anche gli anni di un rinnovato attivismo femminista, che rivendica parità sul lavoro, nella famiglia e nella sessualità, oltre al diritto all’aborto e al controllo del proprio corpo.
Dagli Stati Uniti questa ondata di contestazione contagia il resto del mondo occidentale dando luogo alla generale contestazione giovanile del Sessantotto, anno in cui le proteste sono più forti. In Europa le contestazioni studentesche mettono in discussione i valori tradizionali e l’impronta “formalistica” e cattolica della società e acquisiscono, soprattutto in Francia e Italia, una connotazione più decisamente politica, con violenti scontri con le forze dell’ordine, identificate dai manifestanti con la forza repressiva del potere (controcorrente il giudizio di Pasolini: «Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte coi poliziotti, io simpatizzavo coi poliziotti. Perché i poliziotti sono figli di poveri»). Similmente il comunista francese Georges Marchais etichetta gli studenti in rivolta come «figli di grandi borghesi che metteranno presto a riposo la loro fiamma rivoluzionaria per andare a dirigere l’impresa di papà e sfruttare i lavoratori»). Nonostante queste tensioni ideologiche e sociali interne, il Sessantotto contribuisce a trasformare la società occidentale, favorendo nuovi diritti, maggiore parità di genere e attenzione alle disuguaglianze sociali.
Il movimento si estende al mondo del lavoro e, nel cosiddetto “autunno caldo” del 1969, una grande mobilitazione operaia si aggiunge alle proteste studentesche. Tra gli slogan più famosi ricordiamo “Il padrone ha bisogno di te, tu non hai bisogno di lui” e, soprattutto, “Fantasia al potere”: in ambito scolastico vengono messi in discussione i metodi, i contenuti della didattica e il potere del professore, visto come una figura autoritaria e distante, simbolo di un sapere rigido e gerarchico (un’idea che continua nella figura dei “baroni dell’università”).
Gli anni Settanta tra crisi energetica e dittature militari
All’inizio degli anni ’70, dopo quasi 30 anni di crescita economica, nel mondo occidentale si verifica un’inversione di tendenza, con diminuzione della produzione industriale e aumento della disoccupazione. Pesa anche la crisi petrolifera determinata dai paesi dell’OPEC (Organization of the Petroleum Exporting Countries, con Paesi come Arabia Saudita, Libia, Algeria
Iraq, Emirati Arabi, Qatar…) per colpire i paesi che sostengono Israele nella “Guerra del Kippur” con l’Egitto (1973). Per affrontare la crisi petrolifera i governi occidentali ricorrono a razionamenti e provvedimenti di “austerity”, e finisce così il lungo periodo di crescita economica iniziato nel dopoguerra. Gli “Accordi di Camp David” del 1978 portano alla pace tra Egitto e Israele ma la questione palestinese resta irrisolta: dopo la nascita di Israele nel 1948 e le successive guerre arabo-israeliane, centinaia di migliaia di palestinesi vengono costretti a lasciare le proprie terre (“Nakba”, “catastrofe”) e vivono tra occupazione militare, vessazioni coloniali, campi profughi e limitazioni dei propri diritti nazionali e civili. Al successo diplomatico ottenuto dagli USA con gli “Accordi di Camp David”, segue – in Iran – il crollo del regime autoritario filoccidentale, rovesciato dalla rivoluzione islamica fortemente antiamericana dell’ayatollah Khomeini.
In Sud America, invece, gli anni Settanta sono quelli delle dittature militari, come quella in Cile del generale Pinochet (che sostituisce il governo socialista di Salvador Allende, promotore di importanti riforme sociali) e di Videla in Argentina, noto anche per la “sparizione” di decine di migliaia di cittadini sospettati di essere oppositori politici, i cosiddetti “desaparecidos” (“spariti”), torturati e gettati in mare affinché non venissero ritrovati. Entrambi i dittatori ricevono, per i loro “golpe” (colpi di Stato), l’appoggio degli USA, interessati a sostenere governi anticomunisti in America Latina, anche a costo di gravi violazioni dei diritti umani e crimini contro l’umanità. La consapevolezza che gli Stati Uniti siano disposti a sostenere anche regimi autoritari pur di ostacolare i partiti comunisti influenzerà profondamente il clima politico italiano degli anni Settanta, con timori fondati sulla tenuta democratica del Paese.
Gli “anni di piombo” in Italia
In Italia gli anni Settanta sono “anni di piombo”, caratterizzati da stragi in luoghi pubblici presentate come azioni di terrorismo politico. Storici e giornalisti collegano oggi la maggior parte di queste stragi a una vera e propria strategia, la cosiddetta “strategia della tensione”, sostenuta da settori deviati dello Stato e dei servizi segreti in funzione anticomunista. Questa strategia avrebbe avuto lo scopo di aumentare il consenso elettorale verso forze più moderate (e non comuniste) e di provocare una maggiore “richiesta di ordine pubblico”, anche per facilitare un’eventuale svolta autoritaria all’indomani del Sessantotto.
Gli anni di piombo iniziano ufficialmente con la Strage di Piazza Fontana a Milano del 1969 (17 morti per una bomba in banca), mentre la strage più sanguinosa è a Bologna nel 1980: la bomba viene fatta scoppiare ad agosto nella sala d’aspetto della stazione, affollata per le vacanze (85 morti). Tra gli anni Sessanta e gli anni Ottanta si contano oltre 150 stragi ad opera di organizzazioni o elementi di estrema destra, con l’appoggio diretto o il favoreggiamento di settori deviati dello Stato italiano (su cui non si è ancora fatta completa luce). In questo ambito sembrerebbe operare anche l’organizzazione paramilitare “Gladio”, frutto di una intesa tra la CIA e i servizi segreti italiani, sempre in funzione antisovietica.
Negli stessi anni il terrorismo di sinistra, rappresentato in particolare dalle “Brigate Rosse”, punta a “punizioni esemplari” di politici, funzionari pubblici o dirigenti sottoposti a “Processi Proletari”, sequestrati, gambizzati o uccisi (quasi 100 gli omicidi rivendicati). Il gesto più clamoroso del brigatismo rosso è il rapimento e la successiva uccisione, nel 1978, di Aldo Moro.
Il Compromesso Storico e l’Omicidio Moro
Aldo Moro è il presidente della Democrazia Cristiana e promotore, assieme al segretario del PCI (Partito Comunista Italiano) Enrico Berlinguer, del “Compromesso storico”, che avrebbe portato alla nascita di una grande coalizione governativa con la partecipazione del Partito Comunista. L’intesa intende superare, in Italia, la forte polarizzazione politica determinata dalla Guerra Fredda, favorendo una collaborazione tra Democrazia Cristiana e Partito Comunista Italiano. Per questo motivo il Compromesso Storico viene guardato con attenzione e diffidenza dalle due superpotenze, come un possibile tentativo italiano di maggiore autonomia politica. Consapevole dell’ostilità americana verso un possibile ingresso dei comunisti al governo, Enrico Berlinguer punta anche, attraverso il Compromesso, a fermare il clima di tensione e violenza politica che attraversa il Paese e a proteggere la democrazia italiana da possibili svolte autoritarie o tentazioni golpiste, come già avvenuto in Sud America.
È ancora oggetto di dibattito il ruolo dei servizi segreti sovietici e americani sull’operato delle Brigate Rosse e sulla scelta del Governo italiano di mantenere la “linea della fermezza” (sostenuta dagli USA), rifiutando trattative con i terroristi – anche a costo di mettere a rischio la vita di Moro, ucciso dalle B.R. nel 1978 («Abbiamo sacrificato Aldo Moro alla ragion di Stato», ha dichiarato recentemente il controverso funzionario americano Steve Pieczenik nel libro “Nous avons tué Aldo Moro”). Il Compromesso storico perde progressivamente forza e lo stesso Berlinguer si allontana da questo progetto politico.
L’Italia tra tensione, progetti di colpi di Stato e massoneria deviata (P2)
Resta un’Italia soffocata dalla Strategia della tensione e dallo spettro di possibili colpi di Stato (come il Piano Solo, 1964 o il Golpe Borghese, 1970), un’Italia in cui si dipanano le trame eversive della loggia massonica deviata “P2”, scoperta nel 1981. Guidata dal faccendiere Licio Gelli, la P2 intende rafforzare il controllo politico del Paese in senso autoritario, con un forte controllo dei media e la subordinazione della magistratura (potere giudiziario) al potere politico. La loggia annovera nelle sue liste i nomi di 44 parlamentari, 2 ministri, 12 generali dei Carabinieri, 5 della Guardia di Finanza, 22 generali dell’Esercito e altri funzionari dello Stato e dei Servizi Segreti, più banchieri, imprenditori, docenti universitari e giornalisti. Tra i tanti nomi importanti meritano di essere citati: Silvio Berlusconi, Maurizio Costanzo e Vittorio Emanuele di Savoia.
Conquiste sociali e pressioni neoliberiste
Fortunatamente gli anni Settanta sono anche anni di importanti conquiste, soprattutto per le donne: vengono riconosciuti in Italia il divorzio, l’uguaglianza salariale e lavorativa tra uomo e donna, l’aborto (aboliti inoltre il delitto d’onore e il matrimonio riparatore). Nel 1970 lo Statuto dei Lavoratori (Legge 300/1970) rafforza i diritti dei lavoratori, tutela la libertà sindacale e limita i controlli dei datori di lavoro sulla vita politica, religiosa e privata dei dipendenti. Ad accelerare l’applicazione dello Statuto è lo scandalo FIAT del 1971: il magistrato Raffaele Guariniello scopre a Torino circa 350.000 schede informative illegali sui dipendenti FIAT, con cui l’azienda monitorava non solo l’attività politica e sindacale, ma anche aspetti intimi della vita privata e religiosa dei lavoratori. La FIAT e molte altre grandi fabbriche accelerano così lo smantellamento dei propri sistemi di controllo sugli operai.
Negli anni Settanta si concludono inoltre le ultime dittature di destra europee (in Spagna, Portogallo e Grecia), mentre in Inghilterra il governo della lady di ferro Margaret Thatcher, dal 1979, segna un arretramento del sistema del Welfare e applica per prima le teorie “neoliberiste” che si diffonderanno in tutta Europa, riducendo l’intervento dello Stato nell’economia a vantaggio dei privati e determinando la privatizzazione di aziende pubbliche, servizi e risorse essenziali dei cittadini (ad es. trasporti, telecomunicazioni, energia, acqua…). Stessa strada percorrerà Ronald Reagan, presidente americano dal 1981. Secondo il neoliberismo, il mercato e l’iniziativa privata sono più efficienti dello Stato nella gestione dell’economia. Secondo molti osservatori, al contrario, l’approccio economico neoliberista aumenta le disuguaglianze economiche e sociali e può addirittura destabilizzare gli equilibri di interi Stati e continenti.
Alessandro Paolo Lombardo


