Adrian Maben

Adrian Maben, l’ultimo ritorno a Pompei e alla Solfatara

Adrian Maben, il genio dietro il “Live at Pompeii” dei Pink Floyd, un «maestro gentile, un visionario meticoloso». Il ricordo della docente e musicista Rossella Marraffino, che ha collaborato con il regista per l’allestimento delle sue ultime mostre campane

Ho avuto l’onore di incontrare Adrian Maben nel 2015, durante la mostra “Rock 5 – Mostra internazionale sulla musica e i suoi linguaggi” in collaborazione con il Comune di Napoli negli spazi del PAN- Palazzo delle Arti di Napoli, straordinaria mostra ideata e diretta dai giornalisti e storici della musica Carmine Aymone e Michelangelo Iossa. Avevo avuto la gioia di collaborare in una delle precedenti edizioni allestendo la sezione dedicata ai Queen esponendo parte della mia collezione privata (dischi e memorabilia). In quei giorni conoscevo tanti appassionati di musica come me che spesso mi domandavano quali altre band amassi tanto quanto i Queen, io rispondevo che avevo una forte passione per i Pink Floyd ed in particolare per il Live at Pompeii che avevo rivisto al loop per anni. Qualche anno dopo un amico, Pasquale Troise, (che ancora ringrazio) memore dei miei racconti, mi avvertì che Adrian Maben in persona (il regista di quel live) sarebbe stato al Palazzo delle Arti di Napoli per iniziare l’allestimento di un’esposizione proprio sul Live at Pompeii con gli scatti inediti di Jacques Boumendil per la nuova edizione della mostra Rock. Per me, che avevo passato anni, circa 5 e mezzo (lo so può sembrare inverosimile ma è avvenuto davvero) ad addormentarmi ogni notte con quel DVD inserito nel lettore (musica e immagini a ripetizione per l’intera notte addormentandomi cullata da quell’incredibile musica e dal gioco di luce e ombre che le immagini dal televisore proiettavano sulle pareti della mia stanza), era come entrare dentro ad un sogno prima ancora di sognare.

L’incontro
Mi presentai ad Adrian mentre lavorava. Era concentrato, meticoloso, ma di una gentilezza disarmante. Parlava un italiano perfetto, con una calma elegante e un’umanità immediata. Venni invitata a restare dal carissimo Carmine Aymone, iniziai volontariamente a prestare le mie competenze vista la precedente esperienza in cui avevo già allestito una delle pareti del secondo piano del Pan. Dopo poco Adrian Maben in persona mi volle al suo fianco, notò, mentre montavo una cornice, una certa sensibilità all’equilibrio visivo e alla simmetria, un’inclinazione per le composizioni simmetriche e bilanciate e durante un allestimento fotografico questo è a dir poco necessario. Restai tutta la mattinata, senza mai guardar che ora fosse, sperando non finisse mai, era come essere chiamata dentro un luogo che, per tutta la vita, avevo solo contemplato da lontano, il sogno dei sogni. Ci fu un momento, durante l’allestimento, in cui Adrian Maben mi chiese un parere: due foto apparentemente identiche di David Gilmour di spalle, quale scegliere tra le due per l’esposizione. Notai che nella seconda il vento sollevava appena i capelli del musicista. Sceglierei questa, gli dissi, perché il movimento la rende viva. «La penso esattamente come te, avrei scelto questa anch’io», rispose. In quel momento dovetti darmi un pizzico, davvero il regista che avevo ammirato per anni, vedendolo come un genio visionario, stava chiedendo proprio a me un parere estetico? Mi piace pensare che avevamo una sensibilità visiva affine. Qualche giorno dopo, a fine allestimento, mancavano gli ultimi dettagli, mi chiese di portare l’indomani un metro da sarto: voleva creare una cornice “misurata”, con un tocco artigianale che mostrasse millimetricamente i vari frame scelti dalla pellicola. Assecondavo tutto con la gioia di chi partecipa a qualcosa di più grande di sé, illuminata dalla sua creatività e dal suo entusiasmo. Accanto a lui c’erano grandi professionisti, collezionisti e appassionati, come lo storico e biografo Nino Gatti, il giornalista e scrittore Stefano Girolami, tutto il club “The Lunatics”, Daniela Pagliuca che tra le tante cose, documentava e fermava questi istanti con la sua macchina fotografica, così come Alfredo Contaldo, successivamente a Pompei, con il suo obiettivo fissava per sempre la memoria di quei giorni indimenticabili, e tanti altri che oggi piangono la sua scomparsa come si piange quella di un caro amico o addirittura un membro della propria famiglia

La telefonata di Maben e il ritorno al Vulcano Solfatara
Diversi mesi dopo l’esposizione al PAN, arrivò una telefonata che non dimenticherò mai. Era Adrian: mi chiamava personalmente dall’hotel in cui alloggiava a Pompei. Mi domandò se fossi disponibile per collaborare ad un nuovo allestimento, ci sarebbero stati altri scatti inediti del Live at Pompeii da esporre e proprio nel Palazzo Comunale di Pompei. Accettai subito, con gioia enorme, incontenibile. Partii da Napoli (nella mia Fiat Panda del 1986) con gli amici Pasquale Troise e Geppy Esposito, preziosi membri dello staff di Rock al Pan, senza i quali buona parte di quello che stavo vivendo non sarebbe stato possibile, due persone capaci di trasformare ogni idea in qualcosa di concreto rendendo impeccabile ogni dettaglio dell’allestimento. Adrian Maben era un uomo con un animo estremamente gentile, amava l’arte e la storia, gli facevo molte domande alle quali rispondeva sempre con grande pazienza e cura, era evidente la mia ammirazione e il desiderio di conoscerlo a fondo. Volevo ricambiarlo per il fatto di aver creduto in me. Nominava spesso la Solfatara, disse di esserci tornato solo una volta dopo esserci stato coi Pink Floyd e gli dissi che se gli avesse fatto piacere lo avrei riportato li, insieme ai miei amici più stretti che avrebbero tanto desiderato incontrarlo. Avvenne, 26 giugno 2016, Solfatara di Pozzuoli. Ricordo quella giornata come un film: Adrian guardava le fumarole con gli occhi di un bambino, come se recuperasse un pezzo di sé, o almeno è questo che la mia sensibilità ha percepito, conservo le immagini e i video di quel giorno insieme, noi ragazzi volevamo che passasse per un attimo dall’altra parte dello schermo e lui accoglieva e nutriva i nostri slanci creativi e immaginativi.

L’ultima volta a Pompei

Da lui ho imparato la delicatezza, l’umiltà, la precisione, la capacità di vedere l’arte nei dettagli, i lunghi silenzi prima di prendere una decisione. Mi ha lasciato un bagaglio di bellezza che non dimenticherò, mi ha lasciato un senso di pace. È stato per me un grande privilegio incontrarlo nel mio percorso di vita, condividere quelle giornate di lavoro e di amicizia.
Provo inoltre, profonda stima e gratitudine per gli amici Michelangelo Iossa e Carmine Aymone che hanno portato nella mia città dei miti della musica e le storie del rock in un museo, che hanno dato a tanti giovani come lo ero io un’occasione per dare forma alle passioni e raccontarle. Ho incontrato Adrian l’ultima volta due anni fa. Tornava spesso a Pompei: suppongo sia rimasto il suo luogo del cuore. E Pompei, oggi, non può essere pensata senza di lui. Il mondo associa gli scavi e l’anfiteatro ai Pink Floyd anche grazie al suo sguardo: un’opera d’arte dentro un’altra opera d’arte. La sua scomparsa mi addolora profondamente per tutto quello che ha fatto e per tutto quello che, senza saperlo, ha seminato dentro di me. Arrivederci Maestro, ci rivedremo tra le rovine insieme agli spiriti.

“And I am you and what I see it’s me”

Rossella Marraffino
video di Alessandro Paolo Lombardo