Per sempre Sal Da Vinci

Sal Da Vinci, Platone e il mito del “per sempre” in amore

Amore eterno, metafisica del sesso e dipendenza affettiva: davvero non si può più dire “ti amerò per sempre”? La polemica post-Sanremo sul testo di Sal Da Vinci apre una riflessione sull’amore, ma non coglie il punto: il desiderio tutto umano di assoluto

“Saremo io e te per sempre.” Una minaccia più che un auspicio, secondo una critica rimbalzata per giorni sui social. O anche «un messaggio che fa paura». Il verso è tratto dalla canzone, piuttosto comune, di Sal Da Vinci a Sanremo, Per sempre sì. Ed è emblematico che, in un universo mediatico pieno di contenuti nichilisti o apertamente violenti, lo scandalo scoppi di fronte a una ballata melodica che celebra una promessa d’amore eterno.

Ma le accuse – soprattutto quelle più estreme di “inno patriarcale” – rischiano di allontanare il vero punto della questione, che riguarda la “struttura essenziale” dell’esperienza amorosa e solo secondariamente questioni di genere. Perché, come canta Battiato, «questo sentimento popolare nasce da meccaniche divine», o quantomeno estremamente complesse, e solo comprendendo la funzione identitaria e quasi ontologica dell’amore è possibile inquadrare anche le sue distorsioni: dipendenza affettiva, codipendenza, paura della perdita e senso del lutto.

LE CRITICHE

L’accusa alla canzone, dunque, è quella di promuovere una visione “tossica” dell’amore. Il passaggio più citato (e obiettivamente più controverso) è questo:

«Saremo io e te per sempre
Legati per la vita che
Senza te
Non vale niente
Non ha senso vivere.»

La colpa del brano sarebbe quella di contribuire a diffondere un modello pericoloso, quanto diffuso, che la canzone si limita a riflettere: un amore totalizzante che quasi annulla l’individuo al di fuori della coppia e che può alimentare dinamiche di possesso e violenza. Ma sostenere che la canzone di Sal Da Vinci promuova un modello di amore malato capace di spingere ad atti estremi come il femminicidio è un po’ come dire che la canzone Ci vuole un fiore propone una visione antropocentrica tossica che può incoraggiare il disboscamento.

Nelle critiche l’enfasi ricade ovviamente sul ruolo negativo del maschio dominante, anche a causa di un secondo passaggio “incriminato”: «Il più grande giorno / Ti regalerò», che attribuirebbe al cantante – che ha dedicato il pezzo a sua moglie – un ruolo asimmetrico: quello di “elargire” il più grande giorno della vita (che poi sarebbe, dal suo punto di vista, il matrimonio). Al netto di questo passaggio, il sillogismo applicato all’intero brano è più o meno il seguente:

1) il testo parla di amore eterno e totalizzante;
2) l’amore totalizzante implica dipendenza;
3) la dipendenza implica possesso e violenza patriarcale;
4) quindi il brano è socialmente pericoloso.

Il tema è sicuramente degno di riflessione, ma il sillogismo appare forzato e finisce per proporre una lettura ideologica meccanica che manca il vero bersaglio: la dipendenza affettiva, che nelle relazioni è quasi sempre reciproca e complementare.

DIPENDENZA AFFETTIVA E CODIPENDENZA

Nelle relazioni segnate da dipendenza affettiva, il benessere emotivo e persino l’identità della persona finiscono per dipendere quasi interamente dalla relazione: la paura dell’abbandono diventa dominante e la separazione viene vissuta come una perdita radicale di senso. Nella codipendenza questa dinamica assume una dimensione ancora più profonda, in cui l’individuo definisce se stesso soprattutto attraverso il ruolo ricoperto nella coppia: partner indispensabile, salvatore o salvato (entrambi i generi possono assumere l’uno o l’altro ruolo, anche se alcune ricerche segnalano una maggiore frequenza di donne nel ruolo di “salvatrici”). La persona al centro del “caregiving” si appoggia al salvatore per la risoluzione dei propri problemi, delegandogli alcune responsabilità fondamentali e utilizzandolo come principale regolatore emotivo. A sua volta il “salvatore” trova stabilità emotiva, equilibrio e senso della propria esistenza proprio in questa missione.

Si tratta di dinamiche reali e dolorose, spesso legate alle prime esperienze relazionali (prima di tutto familiari), ma che affondano le radici nello stesso bisogno umano di amore e legame profondo da cui nascono anche le forme più sane dell’amore, fondate sull’interdipendenza: ovvero relazioni in cui due individui autonomi scelgono di condividere la propria vita senza delegare all’altro il compito di colmare ogni vuoto o definire la propria identità. In questo caso l’altro diventa una presenza significativa e arricchente, non la condizione necessaria per sentirsi completi o per dare senso alla propria esistenza.

È fondamentale, tuttavia, ricordare una cosa: la dipendenza affettiva e la codipendenza possono diventare soffocanti e distruttive, ma non sono monopolio di un genere né il prodotto di una canzone. Sono possibilità determinate dall’incontro tra la naturale esperienza dell’amore e la fragilità emotiva umana.

PARADOSSO NORDICO E PARADOSSO BERLINESE

Ma allora non si può più dire “ti amerò per sempre”? Dobbiamo abbassare le nostre idee dell’amore per non soffrire e per limitare il rischio di reazioni estreme? Non bastano le asperità della vita quotidiana? Dovremmo imporre un’agenda di realismo e disillusione anche alle fiabe e alle canzonette pop? Per fortuna le cose sono più complesse, e non è detto che i prodotti culturali debbano essere trasformati, in modo svilente, in forme di alfabetizzazione emotiva e catechismo sociale, né che questo sia davvero utile. Anche soprassedendo sui testi dei trapper, e limitandosi ai brani più iconici della canzone italiana, il quadro sarebbe quello di una vera emergenza sociale: l’amore di “Caruso” è “una catena ormai”, De Crescenzo contempla di «fare il pazzo venire sotto casa, tirare sassi alla finestra accesa, prendere a calci la tua porta chiusa…». Ciononostante, deo gratias, il tasso di violenze di genere in Italia è circa la metà di quello registrato in Scandinavia. Una magra soddisfazione, ma un dato utile per riflettere sulla difficoltà di associare in modo biunivoco idee e comportamenti.

In sintesi, si può essere romantici e iperbolici senza essere codipendenti affettivi e dipendenti affettivi senza essere romantici e iperbolici. Si può confidare nel “per sempre” senza impazzire per una separazione, così come si possono coltivare idee moderne o addirittura ciniche senza incarnarle nei comportamenti. Dai racconti di alcuni amici lo chiamerei “paradosso berlinese”: in quella che viene percepita come la capitale europea delle relazioni post-tradizionali, l’esperienza concreta mostra come le idee più avanzate possano convivere, nella stessa persona, con forme di gelosia patologica, possessività e dinamiche affettive tutt’altro che emancipate.

Al contempo, le promesse romantiche sono evidenti iperboli emotive, non certo garanzie, contratti o previsioni meteorologiche sul futuro. Esse non hanno a che fare con la concreta realtà quotidiana, ma con la natura stessa dell’esperienza amorosa: non esiste un amore che, anche solo per pochi attimi, non si proietti nel per sempre, beffandosi dell’infida realtà con l’ebbrezza e la tracotanza di chi ha appena bevuto insieme al calice dell’eterno, anche solo per quell’attimo infinito che poi finisce (ma tanto tutto finisce e tutto non finisce).

L’IMMORTALITÀ E IL VERO SENSO DEL “PER SEMPRE”

Il “per sempre” dell’amore va dunque chiarito. Può essere utile partire dalla fraintesissima idea di immortalità, che nell’opinione comune si riduce a un estenuante prolungamento della vita individuale, piuttosto che puntare al “superamento” della condizione umana e mortale (che è il tema centrale di tutte le grandi tradizioni religiose). È, per intenderci, l’idea dei transumanisti materialisti della Silicon Valley: ibernarsi, restare congelati nella propria maschera per secoli, fino a che non sarà possibile vivere mille anni, o un milione; poi, quando la Terra diventerà rovente, partire, lanciarsi nella notte cosmica con un’astronave, raggiungere altri pianeti per sopravvivere qualche millennio ancora, lontani anni luce dalle condizioni stesse che hanno generato la vita umana, fino al primo buco nero che inghiottirà tutto, o al prossimo Big Bang, che annienterà ogni corpo transumanista. A questo punto, dopo milioni di anni di noia e paura, passati a guardare ogni meteorite non più come meraviglioso “pianto di stelle” ma come minaccia alla propria sopravvivenza, finalmente moriremo. L’immortalità è allora impossibile – come il “per sempre” – a meno di non superare le categorie fondamentali della vita universale, lo spazio e il tempo, cioè la condizione umana stessa.

Soggetto alla mortalità, consapevole della sua finitezza, «misto di essere e non essere», l’uomo cerca di attenuare il sentimento di questa privazione utilizzando proprio il possesso sessuale come forma di conferma di sé, come «mezzo di illudersi che si “è”». È così che il «bisogno di un “sempre” (…) s’impone sul momento anche quando la ragione ne riconosca perfettamente l’illusorietà e l’assurdità (…), perché rappresenta un momento strutturale essenziale dell’esperienza erotica» (Julius Evola, Metafisica del sesso). Per Evola lo stesso matrimonio e il «passaggio dall’amore sessuale all’amore a tinta prevalentemente affettiva e sociale» rappresentano una «soluzione illusoria per quel bisogno di conferma e d’interezza ontologica che costituisce il fondo essenziale e inconscio dell’impulso del sesso». In pratica, parafrasando Max Scheler, il “per sempre” cui tende questo impulso non si può ridurre a una forma di assicurazione e rassicurazione per persone fragili — che è semmai la logica della dipendenza affettiva — ma tende a qualcosa di molto più “vero” e sottile.

Il “per sempre” dell’amore è una reale esperienza di eternità, permessa da una temporanea percezione di soppressione del tempo, o comunque da un’alterazione della sua percezione (come quella dolcissima sensazione di trovarsi, con la persona amata, nel posto giusto e al momento giusto). Che le neuroscienze abbiano individuato nella dopamina il principale responsabile chimico-fisico di questa diversa regolazione della percezione del tempo è poco rilevante, a meno di non voler ridurre la vita umana a semplici meccaniche biochimiche: un punto di vista legittimo ma inevitabilmente parziale, come ridurre il tempo agli ingranaggi di un orologio. Evola chiama questo fenomeno “rimozione del limite dell’ora”: «la sensazione, frequentissima negli amanti, della familiarità, dell’essersi conosciuti già da lunghissimo tempo». È esattamente l’opposto di quel “per sempre” burocratizzato e claustrofobico che incatena due individui a una relazione esaurita, per incapacità emotiva di “lasciarsi andare”: in questi casi una delle percezioni più comuni è proprio quella che il tempo, e la vita stessa, ci stiano sfuggendo di mano. Ma questo non rende condannabile l’auspicio del “per sempre”: esso vale finché il magnetismo è vivo, come le promesse degli innamorati e di Sal Da Vinci. Vale la pena ricordare, però, che questo tipo di polarità non è soggetta a meritocrazia: quando la tensione erotica si spegne, non c’è virtù che tenga, scongiurando separazione o logoramento quotidiano. Resterà il ricordo di aver conosciuto, insieme, un assaggio di infinito, come adombra una fantasiosa etimologia attribuita ai Fedeli d’amore medievali, di cui faceva parte Dante Alighieri: Amore come A-mors, “senza morte”.

È emblematico che questo tipo di aspettativa amorosa eserciti la sua massima presa proprio sui ragazzini del terzo millennio, come spiega bene una mamma giornalista (qui l’articolo integrale):

«La Generazione Z – scrive Teresa Ferragamo – è cresciuta dentro questa fluidità: social network, relazioni digitali, connessioni veloci. Eppure quel pomeriggio ho visto 3 ragazze native digitali, cantare con tutto il fiato che avevano una parola che oggi sembra quasi fuori moda. Non “finché funziona”. Non “vediamo”. Per sempre. In una società che ha normalizzato il ghosting, quella parola suona radicale. Quasi rivoluzionaria. Il desiderio di stabilità dentro una società instabile. Il desiderio di promessa dentro una cultura che ha imparato a diffidare delle promesse.»

PLATONE E BOWLBY

Paradossalmente, più le relazioni diventano fluide e precarie, più sembra riemergere il bisogno di completezza e unità definitiva. Una delle immagini più evocative di sempre sul senso di “incompletezza” dell’essere umano è offerta dal celebre mito dell’androgine di Platone, efficacissimo anche nella versione ironica e poetica di Aldo, Giovanni e Giacomo. Secondo il racconto del Simposio, gli esseri umani originari erano creature complete, divise in due metà da Zeus per invidia divina, e così obbligate a cercare costantemente la propria dolce (o amara) “metà”. Ma il desiderio di una nuova e superiore unità non nasce da Platone, né dalle canzoni pop: nasce, come si accennava sopra, dalla percezione umana della propria finitezza e dell’esperienza della separazione. L’essere umano nasce infatti da una fusione totale con un altro essere: la relazione simbiotica con la madre. Questa esperienza primordiale lascia una traccia profonda nella vita affettiva degli esseri umani, assieme alla brama di una fusione definitiva.

Spesso le relazioni amorose adulte riattivano questo sistema emotivo originario, determinato dalla relazione tra bambino e caregiver, con annessi il bisogno di vicinanza e la paura della perdita. La dipendenza affettiva non è legata, se non secondariamente, a questioni di genere ma a una distorsione di questo meccanismo. Secondo John Bowlby, quando il rapporto infantile con il caregiver è stato incoerente, imprevedibile o poco rassicurante, la persona adulta tenderà a vivere le relazioni con forte ansia di abbandono, bisogno eccessivo di conferme e altre difficoltà. A causa di queste forme di “attaccamento insicuro”, l’altro smette di essere un compagno o una compagna di vita per trasformarsi nella condizione stessa della propria identità. Questo esito, in fondo, non è che una forma di “adattamento”, per quanto disadattiva, a un’incertezza originaria, infantile o addirittura “ontologica”.

Quando la risposta a questa incompletezza viene “assolutizzata”, il rischio della dipendenza affettiva è reale. Ma la soluzione non è censurare il desiderio di eternità. Che esisterebbe comunque, anche senza Romeo e Giulietta, e senza che nessuno lo cantasse.

DE-SIDERARE L’INFINITO, ELABORARE IL LUTTO

Questa complessità affiora in modo naturale proprio in testi ingenui e popolari, forse persino infantili, come quello di Sal Da Vinci: del resto l’amore stesso conserva sempre qualcosa di ingenuo, elementare e originario. La cultura può cercare di disciplinare il linguaggio dell’amore, ma difficilmente potrà neutralizzarne l’aspirazione all’assoluto; né è detto che, qualora fosse possibile, sarebbe un bene farlo. L’essere umano continuerà a dire “per sempre” anche dentro relazioni fragili e temporanee, perché l’amore è un’esperienza simbolica che mette in gioco il desiderio di eternità. Non è un caso, forse, che de-siderare evochi poeticamente una forma di nostalgia delle stelle, una brama “siderale” rivolta verso l’infinito.

Molto più sensato e onesto è riconoscere questo bisogno, nominarlo – come fa, nel suo modo semplice, il testo di Sanremo – e poi discuterne apertamente. Il problema non è abbassare l’idea dell’amore ma alzare la consapevolezza e affrontare la fragilità senza foglie di fico ideologiche. In ogni nuova relazione si (ri)conosce l’altro assieme a una parte di sé che altrimenti ci rimarrebbe oscura. Si evolve e, non di rado, si diventa pronti per un’altra storia. Certo, anche in una relazione fondata sull’interdipendenza, dopo tanto amore e a volte odio, separarsi è sempre un po’ morire. Ma si rinasce sempre.

Alessandro Paolo Lombardo