Francesca Albanese a Scampia dice di essersi “autoinvitata”. Parla in quel miracolo gastronomico-esistenziale che è “Chikù“, luogo di cucina italo-romanì, aggregazione e cultura nato attraverso la creazione di relazioni significative tra le comunità rom e italiana del quartiere. «Volevo venire a Scampia perché è un posto che incarna la resilienza», spiega la relatrice Onu per i Territori Palestinesi Occupati
Non solo: Scampia è un esempio lampante della «violenza che le parole possono portare quando raccontano una verità parziale. E’ vittima anche di una violenza di parole». Albanese stigmatizza ancora una volta il potere delle “narrazioni” (leggi qui per approfondire)“, laddove il racconto prende il sopravvento sulle cose e sulla realtà viva, disumanizzandola. Insomma, ridurre Scampia alla camorra è come ridurre la Palestina ad Hamas, cancellando la forza e la dignità di un popolo resistente, e persino la generica etichetta di “vittima” rischia di essere disumanizzante, gettando in un calderone indistinto migliaia di volti, affetti, relazioni, diversi dolori. Loro, i palestinesi, non definiscono “vittime” i propri morti, ma “testimoni”, come ha raccontato Ahmed M Al-Awawda durante l’incontro, portando il proprio racconto di sopravvissuto.
Un tema, quello della violenza delle narrazioni, ripreso da Mirella La Magna, storica animatrice, con l’indimenticato Felice Pignataro del “Gridas – Gruppo risveglio dal sonno”, storico spazio sociale sotto minaccia di sgombero. «So che sono qui a parlare – ha esordito l’attivista – anche per la memoria di Felice, io sono una donna “abitata”». Un incontro persino semantico, quello tra la militanza del Gruppo risveglio dal sonno e l’ormai celebre libro di Albanese “Quando il mondo dorme”. «A Scampia – scrive l’associazione “Chi Rom e chi no” che promuove il progetto Chikù – sappiamo cosa sono le riappropriazioni popolari dal basso. Sappiamo che la vita, la resistenza, le faticose ricostruzioni, l’immaginazione e l’arte, i processi di comunità sono le uniche risposte contro la morte, la violenza, le guerre di potere. Scampia è con la Palestina, da sempre.» Potente anche il messaggio di Bruno Santoro, docente e attivista della rete di “Scampia per la Palestina”, che pubblicheremo integralmente nei prossimi giorni: «Guardare il mondo da Scampia significa capire che l’oppressione assume forme diverse, e che queste differenze contano. Quando parliamo di Gaza, i miei studenti non reagiscono con commozione. Ed è giusto dirlo. Quello che fanno è riconoscere immediatamente chi esercita il potere e chi lo subisce. Lo dicono senza esitazioni, come se fosse evidente. Non è una questione di sensibilità morale, ma di esperienza quotidiana. Il rischio, però, è che questa chiarezza diventi abitudine. Che l’ingiustizia venga riconosciuta, ma accettata come parte dell’ordine delle cose, che l’oppressione venga interiorizzata come destino».
Il tema dei margini e della marginalità sembra iscritto, in modo diverso, anche nella vicenda umana di Albanese. Originaria di un borgo irpino, Albanese ritiene che «ciò che definisce le aree interne e l’interno è la distanza dal privilegio, che poi rende un’area “vista” o “non vista”, economicamente forte o no: anche da questo punto di vista, credo che la giustizia sia un atto di ribilanciamento». L’ingiustizia palestinese è anche questo: un’ingiustizia geografica, un apartheid prima sulla carta e poi nella pratica quotidiana (vedi “Come sarebbe l’Italia se fosse occupata da Israele come la Cisgiordania“). E, ancora una volta, c’entrano le parole, forzate e “violentate”: «C’è un continuo abuso della parola “pace” in Medio Oriente – ha spiegato Albanese -. Basta guardare la “Pace” di Oslo a cosa ha portato in Cisgiordania. E ogni colonia è un crimine di guerra». La chiarezza di Albanese è cristallina: «In Palestina ci stanno mostrando in modo quasi “scolastico” cos’è un genocidio, cioè la distruzione di un popolo in quanto tale, attraverso forme di sterminio diretto, distruzione di campi, di barche, di pozzi, di forni per panificare… In pratica Israele è passato da un’economia di apartheid a un’economia di genocidio, testando sui palestinesi nuove armi o sistemi di sorveglianza che poi può commercializzare con gli stati esteri (anche con quelli fintamente sovranisti, Italia docet, ndr). Quella israeliana – lo dicono tanti studi – è un’economia di guerra: nei primi 18 mesi di genocidio la borsa israeliana ha continuato a crescere, di oltre il 200%. Ma la colpa è di tutto l’Occidente, Italia compresa e precedenti governi compresi, perché con uno stato di apartheid non si commercia. Molte delle nostre banche sono banche “armate” ma ci sono anche banche meno coinvolte, partiamo da lì. La creazione di nodi “BDS” di boicottaggio economico aiuta i palestinesi ma anche gli israeliani, perché non si può vivere bene brutalizzando un altro popolo… E così la Palestina ci darà anche l’occasione di diventare migliori».
Perché il capitalismo che spaccia cibi di merda per “pasti felici” ai bambini agiati in Occidente è lo stesso che distribuisce pasti gratuiti all’esercito israeliano, o che apre filiali nelle colonie sioniste in Cisgiordania. Qui mostra un volto che sorride, altrove supporta chi i bambini li uccide.
Alessandro Paolo Lombardo

Riportiamo anche i ringraziamenti di “Chi rom e chi no” a tutti gli intervenuti e promotori dell’incontro: «Ringraziamo Ahmed M Al-Awawda e a Nasser per aver condiviso con noi le loro dolorose testimonianze. Grazie a Rossella Canestrino, che ci ha fatto il dono di poter conoscere alcuni degli studenti arrivati da Gaza. Grazie a Nives Monda, Nicola Nardella, Pino Esposito, Antonio Bove, Bruno Santoro, alla Municipalità 8, alla rete Scampia per La Palestina, Annibale Sepe, Antonio Pontoriere, Mario Spada, Jacopo Re dell’UDS Campania e agli altri che sono intervenuti. Grazie a Monica Fraldi della libreria l’Acrobata, presidio di cultura. Uno speciale ringraziamento va infine a Felice e Mirella Pignataro, che da sempre ci insegnano l’importanza di essere e continuare ad essere tutt’uno».


