La Letteratura Italiana attraverso le donne, in sintesi. Dalla spiritualità medievale a oggi, le scrittrici italiane hanno raccontato temi spesso trascurati. Corpo, famiglia, memoria e desiderio. Non si tratta di una letteratura “minore”, ma di una prospettiva altra sulla realtà, che solo negli ultimi decenni ha ricevuto pieno riconoscimento critico
Tra le prime grandi figure femminili della letteratura italiana vi è Chiara d’Assisi, nata nel 1194 da una famiglia nobile. Abbandonò la vita agiata per seguire Francesco d’Assisi e fondò l’ordine delle Clarisse, lasciando il primo testo monastico scritto da una donna per donne, con una scrittura semplice ma bruciante. Chiara ha conquistato uno spazio di autorità spirituale e culturale rarissimo per il suo tempo.
Caterina da Siena, nata nel 1347, è stata mistica, teologa e protagonista politica: ha scritto lettere a papi e sovrani con l’ambizione esplicita di influenzare la vita religiosa e civile del suo tempo. Le sue opere principali sono il Dialogo della Divina Provvidenza e un Epistolario di oltre 380 lettere. Una delle sue frasi più celebri recita:
“Siate quello che dovete essere e sarete una fiamma che brucia e illumina.”
Un verso che risuona oggi più di ieri. Viviamo in un’epoca in cui modelli calati dall’alto — vip, influencer, pubblicità, algoritmi — orientano silenziosamente le nostre vocazioni, i nostri desideri e persino la nostra idea di chi dovremmo essere, verso scopi di profitto piuttosto che di senso. Si può diventare fiamma, bruciare di energia, di ambizione, di dedizione — e accorgersi tardi di aver illuminato qualcosa che non era nostro, di aver brillato nel posto sbagliato. Caterina ci ricorda che la domanda non è quanto bruci, ma per cosa. L’intensità non basta; conta la direzione. E la direzione, oggi più che mai, bisogna conquistarsela — sottraendosi al rumore e riprendendo prima di tutto il proprio tempo, che le piattaforme hanno imparato a monetizzare prima ancora che imparassimo a riconoscerlo come nostro.
Gaspara Stampa, nata a Venezia intorno al 1523, è invece la voce più moderna e sorprendente del Rinascimento femminile italiano. Nelle sue Rime racconta un amore tormentato, con una franchezza che non ha precedenti nella letteratura italiana, che aveva codificato l’amore in modo più astratto. Riprende il modello petrarchesco, ma lo ribalta: è lei a parlare, è lei a desiderare, è lei a soffrire senza chiedere scusa. Celebre il verso sull’estasi del dolore amoroso:
Viver ardendo e non sentire il male,
e nel dolor esser contenta e lieta.
Il paradosso è quello di “bruciare” d’amore senza avvertirlo come sofferenza, perché la passione è così totalizzante da trasformare il dolore in pienezza. In un’epoca che richiedeva alle donne silenzio e decoro, questa voce suona come una vera e propria rottura.
Nell’Ottocento, Matilde Serao, nata nel 1856, è la prima donna italiana a fondare e dirigere un quotidiano: Il Mattino di Napoli, insieme al marito Edoardo Scarfoglio, e viene anche candidata al Premio Nobel. Nella sua opera convivono il giornalismo d’inchiesta e la narrativa sociale: nei romanzi Il ventre di Napoli e Il paese di Cuccagna descrive la Napoli povera e popolare con un realismo potente e compassionevole, dando voce a un mondo di vicoli, miseria e sopravvivenza quotidiana che la letteratura “alta” aveva ignorato. È una voce che anticipa certi temi e certi luoghi che ritroveremo, un secolo dopo, in Elena Ferrante.
Grazia Deledda, nata a Nuoro, in Sardegna, nel 1871, è la prima donna italiana — e la seconda donna in assoluto dopo la svedese Selma Lagerlöf — a vincere il Premio Nobel per la Letteratura, nel 1926. Proviene da una realtà provinciale e conservatrice, in cui la scrittura per una donna è ritenuta quasi scandalosa. Nel romanzo autobiografico Cosima, pubblicato postumo nel 1937, racconta la propria infanzia a Nuoro, la famiglia e la difficoltà di essere una ragazza che vuole scrivere in una società chiusa e patriarcale — un documento umano preziosissimo.
Il suo capolavoro è Canne al vento (1913). La trama ruota attorno a Efix, un servo fedele e tormentato dal senso di colpa: anni prima, durante una lite, ha causato involontariamente la morte del padrone, padre delle tre sorelle Pintor, che da allora si sono impoverite. Efix sente di dover espiare questa colpa prendendosi cura di loro per tutta la vita, come un debito morale che non si estingue mai. Il romanzo descrive una Sardegna arcaica in cui il destino, la religione e il senso di colpa collettivo pesano come pietre sulle esistenze umane. La frase che sintetizza questa visione fatalistica è: “Siamo come canne che il vento piega, ma non spezza”.
Sibilla Aleramo, pseudonimo di Marta Felicina Faccio, nasce nel 1876. Dopo un’infanzia difficile si trasferisce con la famiglia nelle Marche, dove a sedici anni viene violentata dal fidanzato e costretta a sposarlo. Vive anni di matrimonio soffocante in una piccola città di provincia, fino a compiere un gesto che all’epoca sembrò mostruoso: abbandona il marito e il figlio per andarsene e diventare scrittrice — cioè, come lei stessa scrisse, per diventare se stessa. Una donna (1906) è il romanzo autobiografico in cui racconta questa storia con uno stile lirico e straziante. La società la condannò senza appello — una madre che lascia il figlio era semplicemente inconcepibile. Ma Aleramo trasforma quella scelta in letteratura, e la letteratura in manifesto.
Elsa Morante, nata a Roma nel 1912, è forse la più grande romanziera italiana del Novecento. La sua personalità è intensa e radicalmente indipendente. Il romanzo La Storia, che racconta la Seconda guerra mondiale attraverso gli occhi di una mamma e del piccolo Useppe, viene pubblicato nel 1974 con un sottotitolo che Morante stessa vuole imprimere in copertina: “Uno scandalo che dura da diecimila anni”. Con “diecimila anni” Morante non intende solo la guerra moderna: intende che la violenza dei potenti sui deboli, lo sterminio degli innocenti, è la costante dell’intera civiltà umana fin dalle origini. Il romanzo mostra come la grande Storia sia un macello perpetuo che schiaccia i corpi e le vite degli ultimi, di chi non ha voce né potere. Vi è una particolare affinità con Verga, che Morante stimava molto.
Nel 1968 Morante pubblica Il mondo salvato dai ragazzini, un’opera inclassificabile — tra poesia, teatro e canzone — in cui formula alcune delle sue idee più profonde. I “ragazzini” del titolo non sono i bambini anagrafici: è chiunque conservi intatta la capacità di meravigliarsi, di amare senza calcolo, di stare nel mondo senza volerlo dominare. Morante chiama “Felici Pochi” quelli che hanno mantenuto questa purezza interiore, e “Infelici Molti” gli adulti ossessionati dal potere, dalla guerra e dalla noia. I ragazzini salveranno il mondo non perché siano ingenui, ma perché non hanno ancora smesso di stupirsi. È un’idea che ricorda il “fanciullino” di Giovanni Pascoli, ma con una differenza fondamentale: in Pascoli prevale la dimensione poetica e malinconica, in Morante una dimensione politica e combattiva.
È qui che emerge uno dei temi più profondi e controcorrente di tutta la sua opera: la gioia come resistenza. In un mondo in cui la Storia produce solo morte e sopraffazione, la gioia — non il piacere, non il divertimento, ma la gioia autentica — diventa un atto sovversivo. Gioire significa rifiutare la logica del potere, che si nutre di paura, rassegnazione e violenza. È quasi una posizione mistica: la gioia come modo di essere nel mondo che sfida il nichilismo. Non è ottimismo ingenuo: è la joie de vivre che resiste anche quando tutto crolla, e che proprio in quel momento, forse, diventa più necessaria che mai.
Natalia Ginzburg, nata nel 1916, vive la persecuzione politica del regime e la morte del marito Leone Ginzburg, ucciso dai nazisti in carcere. In Lessico famigliare (1963, Premio Strega) ricostruisce la memoria della propria famiglia attraverso parole, frasi ricorrenti e piccoli gesti quotidiani. La lingua di casa diventa strumento per raccontare la storia d’Italia, l’antifascismo e la perdita: “Le parole della famiglia sono come una musica: chi non le conosce non può capire niente di noi.”
Alda Merini, nata a Milano nel 1931, vive una vita segnata dalla sofferenza psichica e da lunghi anni di internamento in ospedale psichiatrico, tra il 1965 e il 1972. Questa esperienza devastante diventa la materia prima di molte sue poesie, come La Terra Santa:
Ho conosciuto Gerico,
ho avuto anch’io la mia Palestina,
le mura del manicomio
erano le mura di Gerico
e una pozza di acqua infettata
ci ha battezzati tutti.
Lì dentro eravamo ebrei
e i Farisei erano in alto
e c’era anche il Messia
confuso dentro la folla:
un pazzo che urlava al Cielo
tutto il suo amore in Dio.
(…)
E dopo, quando amavamo
ci facevano gli elettrochoc
perché, dicevano, un pazzo
non può amare nessuno.
Merini, che denuncia i trattamenti sanitari e la brutalità degli elettroshock, trasforma il manicomio in paesaggio biblico: i muri diventano Gerico, i medici diventano Farisei, i pazzi diventano profeti. Il dolore più buio si converte in visione. Il suo verso più celebre è anche una dichiarazione di identità:
Sono nata il ventuno a primavera
ma non sapevo che nascere folle
aprire le zolle
potesse scatenar tempesta
La sua poesia dimostra come anche la fragilità più estrema possa diventare forza creativa inesauribile.
Tra le scrittrici attuali di spicco va ricordata Michela Murgia, nata a Cabras, in Sardegna, nel 1972, e da poco scomparsa. Murgia è stata non solo scrittrice ma intellettuale e attivista. Prima di dedicarsi alla scrittura ha lavorato in contesti molto diversi, anche come operatrice di call center (esperienza da cui è nato il graffiante Il mondo deve sapere). La sua opera più famosa è Accabadora, che ha vinto il Premio Campiello. L’accabadora era una figura reale della tradizione popolare sarda: una donna chiamata, in segreto, ad accompagnare le persone in agonia alla morte (e talvolta ad accelerarla). Non era percepita come una figura malvagia, ma come una forma di pietà necessaria, una specie di “eutanasia popolare” accettata in silenzio dalla comunità. Il termine deriva dallo spagnolo acabar: finire, mettere fine.
Nel romanzo, Bonaria Urrai è, di giorno, una sarta rispettata nel suo villaggio sardo degli anni Cinquanta; di notte custodisce questo rito antico e segreto. La giovane Maria, affidata a lei come fill’e anima — figlia dell’anima, secondo un’usanza sarda di adozione informale — scoprirà lentamente il mistero. Attraverso questa storia Murgia ha riflettuto su temi di grande complessità: la maternità non biologica, il diritto alla morte dignitosa, il confine tra legge morale e compassione umana. L’accabadora è il simbolo di una maternità fondata non sul sangue ma sulla cura totale — fino all’ultimo atto di cura possibile.
Michela Murgia è morta nell’agosto del 2023, a causa di un tumore, e ha scelto di rendere pubblica la propria malattia parlandone apertamente fino alla fine, con la stessa franchezza che aveva sempre portato nel dibattito civile. Fino all’ultimo ha tenuto insieme, senza contraddizione apparente, la fede cattolica e una famiglia “queer”, allargata ad affetti scelti secondo l’antica idea sarda della “filiazione d’anima”.
Un caso a parte merita Elena Ferrante, pseudonimo di una voce letteraria femminile “fantasma”. La tetralogia de L’amica geniale, quattro romanzi pubblicati tra il 2011 e il 2014, è diventata un fenomeno editoriale mondiale, tradotta in oltre cinquanta lingue e adattata in una serie televisiva coprodotta da RAI e HBO. Al centro c’è la Napoli del dopoguerra, un quartiere popolare, e l’amicizia totalizzante tra due donne.
Elena è la “brava bambina” che studia, riesce e fugge attraverso i libri — ma per tutta la vita sente di aver costruito il proprio successo rispecchiandosi in Lila, rubandole qualcosa. Lila è il genio puro e selvaggio che non riesce a fuggire: più intelligente di chiunque, resta intrappolata nel rione, travolta dalla violenza e dalla povertà.
Il tema centrale è questo: chi salva chi. Elena crede che Lila l’abbia salvata spingendola a studiare. Lila forse credeva che Elena l’avrebbe salvata portandola con sé. Nessuna delle due salva l’altra davvero. È un’amicizia fatta di amore, invidia, dipendenza e abbandono reciproco — la più onesta rappresentazione dell’amicizia femminile nella Letteratura Italiana.
a cura di Alessandro Paolo Lombardo


