Etnocentrismo di viaggio da Ulisse a Gulliver

Da Omero a Swift, dai barbari mostruosi di Ulisse al gioco di specchi di Gulliver, i racconti di viaggio hanno usato l’Altro come modello anti-umano o diversamente umano per definire o ridefinire l’identità occidentale

Per i Greci i popoli barbari rappresentavano spesso l’antitesi dei valori propriamente “umani”, per come erano concepiti dai Greci stessi. È per questo che la loro condizione veniva definita con una specie di balbuzie, attraverso l’onomatopeico bar-bar. Ecco dunque, nei viaggi di Ulisse piuttosto che degli Argonauti, o ancora nei resoconti dei logografi, una lunga serie di bizzarrie: popoli con usanze e valori totalmente capovolti rispetto a quelli greci, i nomadi Sciti, gli arroganti Traci, i Ciclopi (più mostruosi che barbari) e i Lestrigoni antropofagi che non riconoscono il sacro valore umano dell’ospitalità e sono in grado di divorare i compagni di Odisseo, o le terribili Amazzoni, in grado di terrorizzare eserciti di uomini semplicemente mostrando i genitali (anasyrma).

Una rassegna di etnocentrismo, quella dei racconti di viaggio greci, che attraversa tutta la letteratura occidentale fino ai celebri Viaggi di Gulliver. Questa volta lo sfondo culturale non è un Mar Mediterraneo ampiamente grecizzato, ma la talassocrazia inglese. Anche qui, le bizzarrie dei popoli “barbari”, lillipuziani o giganti, sfidano la “civiltà” dello sguardo dell’eroe occidentale. Ma c’è tutta la differenza tra un etnocentrismo critico e un etnocentrismo acritico: ritrovandosi a vestire prima i panni del gigante tra i nani, poi quelli del nano tra i giganti, Gulliver, e attraverso di lui il lettore, ha la possibilità di sottoporsi a una specie di esercizio continuo di perspective taking che finisce per evidenziare come anche i valori apparentemente più solidi ed elevati di una cultura dipendano sempre da dogmi e particolari condizionamenti. Una lezione che, in modo satirico, fa a pezzi le fondamenta di qualsiasi etnocentrismo.

E così, se il mondo greco usa il barbaro per confermare l’identità dell’eroe (al netto di un embrionale relativismo che, già con Erodoto, riconosce una certa coerenza interna alle culture barbariche e mette implicitamente in discussione l’assolutezza dei valori greci), Swift usa l’eroe per mettere in crisi l’identità del lettore e, in fin dei conti, della propria società, considerando – con Said – la rappresentazione del diverso come specchio attraverso cui una civiltà definisce, legittima e talvolta problematizza la propria identità.

Alessandro Paolo Lombardo