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“Ecco cosa insegna Gaza ai miei studenti a Scampia”

Il messaggio di Bruno Santoro, docente e attivista a Scampia: «In periferia Gaza e l’oppressione interiorizzate come destino». Una consapevolezza che nasce dell’esclusione e dall’abitudine al “riconoscimento immediato dei rapporti di forza”: «Prendiamo parola per “non abituarci”, né a Scampia né altrove»

Scampia e Gaza non sono la stessa cosa, ma parlano la stessa lingua del potere. Compito della scuola è anche impedire che la consapevolezza della disuguaglianza e dell’oppressione si trasformi in rassegnazione. Lo ricorda Bruno Santoro nel suo denso intervento allo spazio “Chikù” in occasione della visita di Francesca Albanese, che riportiamo integralmente di seguito. Docente di italiano e storia all’ISIS Vittorio Veneto di Napoli, Santoro vive e lavora a Scampia. È attivista e parte della rete di Scampia per la Palestina, dove intreccia educazione e impegno civile per connettere centro e periferia, scuola e spazio pubblico, storia e attualità.

Gaza Scampia«La Rete Scampia per la Palestina nasce in un territorio storicamente segnato da esclusione che troppo spesso subisce decisioni calate dall’alto, e cresce grazie a luoghi-simbolo come il GRIDAS dove da anni si intrecciano lavoro culturale, pratiche politiche e riflessione critica sul territorio e sul mondo. Per noi la solidarietà non è un fatto emotivo, ma una scelta politica che nasce dal vivere in un territorio dove le possibilità sono limitate e i diritti non sono mai garantiti fino in fondo.

Questa scelta, a Napoli, si è tradotta in mobilitazioni, presìdi e assemblee pubbliche. A Scampia ha preso anche una forma semplice e concreta: piantare un ulivo per la Palestina. Un gesto che non voleva rappresentare qualcosa, ma dichiarare una posizione. Dire che anche da una periferia come la nostra si può prendere parola e stare apertamente da una parte. Guardare il mondo da Scampia significa capire che l’oppressione assume forme diverse, e che queste differenze contano. A Gaza la violenza è estrema, continua, visibile: una vita sotto assedio, dove la negazione dei diritti è totale. A Scampia la condizione è diversa, profondamente diversa. Qui non c’è la guerra. Ma esiste una forma di segregazione che agisce nel tempo, prodotta da un apparato politico che governa il territorio in modo classista, attraverso esclusione, possibilità ridotte e diritti che non si realizzano mai pienamente.

Viviamo dentro un sistema che promette partecipazione, possibilità, connessione, ma che in realtà lavora per mantenere le persone dove sono. Un sistema consumistico che costruisce desideri e immagini, ma che non ha come obiettivo l’emancipazione. È una forma di anestesia: ti fa sentire parte del mondo mentre ti tiene ai margini. Questo lo vedo ogni giorno anche a scuola. I miei studenti hanno una geografia mentale rionale: il quartiere è il loro spazio reale. Allo stesso tempo sono continuamente connessi, bombardati da immagini e contenuti. Una connessione che dà l’illusione di essere dentro il mondo, mentre il mondo si interessa a loro solo in modi molto precisi: come consumatori; come bacino elettorale; come forza lavoro a basso costo; come bacino di reclutamento per forze armate e di polizia. Ma non come soggetti da cui far partire un processo reale di emancipazione.

Questo ha effetti anche sul modo in cui guardano il mondo. Ad esempio, quando parliamo di Gaza, i miei studenti non reagiscono con commozione. Ed è giusto dirlo. Quello che fanno è riconoscere immediatamente chi esercita il potere e chi lo subisce. Lo dicono senza esitazioni, come se fosse evidente. Non è una questione di sensibilità morale, ma di esperienza quotidiana. Il rischio, però, è che questa chiarezza diventi abitudine. Che l’ingiustizia venga riconosciuta, ma accettata come parte dell’ordine delle cose. È esattamente qui che la scuola, e noi insegnanti, come spazio politico, diventiamo decisivi: non per spiegare il mondo, ma per impedire che l’oppressione venga interiorizzata come destino.

La stessa dinamica si riproduce quando l’oppressione viene presentata come normale anche su scala globale. In Venezuela abbiamo visto fino a che punto può spingersi l’arroganza del potere: un attacco militare degli Stati Uniti, la violazione della sovranità di un Paese, la cattura del presidente Maduro e di sua moglie. Un’azione che si fa beffe del diritto internazionale e decide con la forza chi è legittimo e chi no. È l’espressione più brutale di un rapporto di forza che si impone senza alcun rispetto del diritto internazionale. In Palestina questa logica non è più oggetto di interpretazioni. È stata descritta, nominata, documentata. Un sistema di apartheid e di colonialismo di insediamento che produce espropriazione della terra, restrizione della libertà di movimento, controllo delle risorse, negazione sistematica del diritto alla salute. Non per errore, non per necessità, ma come risultato di scelte politiche precise. E questo oggi lo possiamo dire anche grazie al lavoro di Francesca Albanese, che ha rifiutato la normalizzazione e ha continuato a chiamare le cose con il loro nome, usando il diritto come strumento di verità contro l’arbitrio del potere.

Chiudo tornando a Scampia. Scampia è una periferia, un territorio considerato marginale. Ma oggi è proprio nelle periferie che le contraddizioni del mondo diventano più evidenti. È qui che si vede quanto il mondo si stia divaricando, quanto la distanza tra chi comanda e chi subisce stia diventando insostenibile. La presa di coscienza degli oppressi non è solo una possibilità di salvezza per chi subisce, ma anche l’unica via per sottrarre chi opprime alla logica disumana del dominio. È per questo che continuiamo a prendere parola. Per non abituarci. Né a Gaza, né a Scampia, né altrove.»

Bruno Santoro