Epstein e Barbablù, l’orgia nera del potere occidentale

Epstein Barbablù

Il caso Epstein racconta sesso, violenza e morte dietro le classi dirigenti occidentali. Abomini e orrori da Barbablù ripresi e documentati (molto probabilmente a uso e consumo del Mossad israeliano) ma coperti dal rumore complottista e rimosso dal mainstream. Nessuna fazione parte all’attacco perché dentro ci sono tutti: democratici e repubblicani, globalisti e nazionalisti, progressisti e reazionari, ammucchiati nella stessa orgia nera del potere

Se Ray Bradbury concepiva la letteratura distopica come un monito dell’immaginazione ai possibili deragliamenti del presente, quello che emerge dagli Epstein Files supera le più cupe intuizioni di Kubrick e Pasolini sul sadismo anarchico delle élite.

Il complottismo come esca perfetta

Sembra di sentirli ancora gli “sbufalatori”, i Wu Ming, persino i venerabili intellettuali del magazine NERO-Not: tutti analitici e patinati a spiegarci quali meccanismi di disinformazione e superstizione scattassero nelle menti che credevano al pizzagate, ai rettiliani e agli elisir ematici di lunga vita. Come se servisse davvero l’obliterazione accademica per stabilire che alieni e vampiri esistono solo nei film di John Carpenter e chi crede il contrario – in realtà un’isolata minoranza paranoica – ha probabilmente qualche valvola cerebrale inceppata. Ma il condimento complottista era infilato nel piatto apposta per sguinzagliare i segugi della realtà, sviando l’opinione pubblica dalla pietanza principale. Che era e resta ributtante: una congrega di riccastri impuniti dedita a ogni genere di abominio.

Non c’è il partito dei buoni

Il contenuto delle mail che Epstein si scambiava coi suoi compagni di merende dovrebbe affollare le prime pagine dei giornali e le aperture dei notiziari; meriterebbe inchieste e approfondimenti che solitamente il giornalismo italiano non lesina quando si tratta di delitti di paese, stragi di capodanno e famiglie nel bosco. Ci sono di mezzo politici, casate reali, sceicchi, magnati della Silicon Valley, filantropi, celebrità di vario cabotaggio, accademici e scienziati. In quattro parole: i padroni del mondo. O la nostra classe dirigente, per chi preferisce il garbo del burocratese. Ma l’eco dello scandalo scema ancor prima di acquistare la dovuta risonanza. Forse per un meccanismo di rimozione; quel rifiuto umanissimo di accettare che il mostruoso sia parte della vita di una società democratica. Forse perché l’indignazione che ne deriva è poco capitalizzabile in un impianto mediatico basato sui meccanismi emotivi della polarizzazione. Qui non c’è una parte buona che può accreditarsi come salvatrice del mondo. Democratici e repubblicani, globalisti e nazionalisti, progressisti e reazionari sono tutti ammucchiati nell’orgia nera del potere. E quando non sono coinvolti per via diretta, appaiono disgustosamente compiacenti come Noam Chomsky, che di Epstein si dichiarava amico. In queste ore a sinistra fanno a gara a scaricarne il feticcio, ma solo perché ne hanno sempre frainteso la reale grandezza: l’unico Chomsky fondamentale è il linguista; il moralista politico invece è sempre stato irrilevante.

Gilles de Rais non è mai morto

Leggendo il contenuto di certe mail viene in mente il caso Gilles de Rais, il Barbablù della favola di Perrault. Un bel libro di Ernesto Ferrero ne ricostruiva la vicenda tratteggiandolo come uno dei personaggi più inquietanti e diabolici al tramonto del Medioevo. Eroe nazionale francese, compagno d’armi di Giovanna d’Arco e collezionista erudito, nei primi tre decenni del Quattrocento violentò molte donne, uccise decine di bambini, praticò atti necrofili, torture, sacrifici occulti e messe nere. Ma quella è solo una favola, al limite una storia orribile figlia di epoche oscure. O forse Gilles de Rais non se n’e mai andato: e questa è solo la versione algoritmica del sempreverde Ancien Régime.

Salvatore Setola